La preghiera come problema culturale - Confronto con il card. Tolentino

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22 ottobre 2023

I numerosi impegni come Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione e come Padre sinodale al Sinodo dei Vescovi, che si celebra proprio in questo mese a Roma, non hanno impedito al card. José Maria Tolentino di donare alla Comunità monastica di Bose e ai suoi ospiti una giornata di riflessione sul tema “La preghiera come problema culturale”.

Attraverso due incontri, uno al mattino e uno al pomeriggio, il card. Tolentino ha sapientemente guidato i presenti nel comprendere come l’essere umano non abbia mai smesso, attraverso i luoghi e le epoche, di pregare, esprimendo la propria fede attraverso forme cultuali, permeate e permeanti la cultura stessa di quel dato luogo ed epoca.

Traendo perle nuove e antiche dalle proprie conoscenze letterarie, il card. Tolentino ha posto ospiti e fratelli e sorelle della Comunità in compagnia dei più disparati autori traendo da ciascuno un insegnamento utile: J. Daniélou, G. M. Tavares, san Paolo, E. Galeano, R. M. Rilke, A. Prado, F. Pessoa (nel suo eteronimo Alberto Caeiro), fr. Roger di Taizé, P. Ricoeur, E. Hillesum, S. Weil, Giovanni Crisostomo…

La preghiera ha in sé un senso di itineranza, è un movimento di ricerca, si situa naturalmente sulla soglia dell’infinito. Nella vita, è una esperienza di relazione, di ospitalità, di incontro. E se tutto questo viene declinato in ambito cristiano, la preghiera è il contatto filiale con un Dio che si rivela come Padre.

“A parte che qualcuno mi ama
io nulla so di me”
(È così bello qui, A. Prado)

Preghiera è saper dire “è bello qui” ovunque si sia, sapendo che si è amati, è saper abbracciare la nostra vita sapendo che è già stata abbracciata da Dio attraverso la vita di Gesù, il quale ci offre la possibilità di una continua ri-creazione.

In Gesù e con Gesù possiamo imparare a pregare veramente, secondo la sua Parola:

“Tu invece, quando preghi,
entra nella tua camera e,
chiusa la porta,
prega il Padre tuo nel segreto”
(Mt 6,6)

Entrare nella camera significa che la preghiera è quel passaggio dall’esteriorità all’interiorità che ci permette di raggiungere il “nostro” luogo: la tenda dell’incontro di Esodo, la stanza nuziale del Cantico dei cantici, la Camera alta della Pasqua di Gesù, il luogo, cioè, dove possiamo percepire che non siamo orfani, ma figli amati.

Chiudere la porta è il modo per fare un reale atto di presenza, perché anche nella propria stanza si possono trovare moltissime forme di evasione.

Pregare la preghiera per eccellenza, il “Padre nostro”, che Gesù stesso ci ha consegnato. È una preghiera in cui si domanda, innanzitutto al Padre di essere Padre e di trasformarci in figli. Per Gesù, la sua intera esistenza è stata contrassegnata dalla consapevolezza della sua figliolanza, ecco perché si può dire che la preghiera in Gesù coincide con la sua stessa esistenza.

Come dialoga tutto questo con la precarietà della vita in cui ci troviamo? Praex e praecarius preghiera e precario, hanno la stessa radice, linguisticamente esprimono la connessione tra il moto innato dell’uomo verso Dio e l’incompiutezza dell’esperienza umana. La “teologia del provvisorio” di fr. Roger, l’”imparare a disimparare” di A. Caeiro, sono modi per esprimere questo tempo in cui il desiderio di aprirsi e la disponibilità a farlo diventano possibili quando chi ci è di fronte è visto e riconosciuto come dono, in un moto di riconoscenza verso Dio, che si esprime nel riconoscimento dell’altro.

Al termine dell’incontro, il cardinale Tolentino ha risposto alle numerose domande e suggestioni dei presenti, tentando di declinare le parole ascoltate nell’oggi che ci interpella, un oggi segnato dalla guerra, dalla difficoltà di vivere nel silenzio, dalla sfida del dialogo interculturale nella società e in cui ci interpella il futuro della Chiesa.