Message from Cardinal Ravasi

XII International Liturgical Conference
LITURGY AND COSMOS 
The cosmological foundations of the liturgical architecture
Bose, 29-31 May 2014 
Organized by the Monastery of Bose 
in collaboration with the National Office of the Church's Cultural Heritage of the Italian Bishops' Conference

Cardinale Gianfranco RavasiORIGINAL ITALIAN VERSION OF THE MESSAGE FROM CARDINAL GIANFRANCO RAVASI,
PRESIDENT OF THE PONTIFICAL COUNCIL FOR CULTURE
 
Pontificium Consilium de Cultura Vaticano,  19 maggio 2014

La natura è un tempio dove colonne vive
mormorano a tratti parole indistinte.
L'uomo passa tra foreste di simboli
che l'osservano con sguardi familiari...

Caro Fratel Enzo, con questi versi famosi della lirica Correspondances, tratti dai Fiori del male di Charles Baudelaire, mi rivolgo volentieri a tutti i partecipanti al XII Convegno liturgico internazionale, dedicato quest'anno al suggestivo tema Liturgia e cosmo. Fondamenti cosmologici dell'architettura liturgica.
 
I versi del grande poeta francese descrivono il tempio della natura sorretto dai tronchi vivi degli alberi, come ideali colonne, che col fremere delle loro chiome mosse dal vento sembrano mormorare preghiere. L'uomo entra nelle navate di questo tempio che ha per cupola il cielo e qui si lascia attrarre dall'affollarsi di immagini e segni. Sono quelle che il poeta chiama, con un' espressione mirabile, forèts de symboles, una foresta colorata che custodisce in ogni sua componente un messaggio. Anche nella Bibbia è presente l'idea di un tempio cosmico nel quale l'uomo funge da liturgo che invita una folla di creature terrestri e celesti a benedire il Creatore.
 
Nella perfetta architettura del cantico dei tre fanciulli (Daniele 3,52-90) il cosmo è descritto come un immenso edificio in cui ogni creatura, dalla volta delle acque celesti al pavimento della terra, agli esseri viventi che lo abitano fino all'uomo, occupa il posto che le è stato assegnato. Ma la creazione ha pure una voce. Come suggerisce il Salmo 19 “i cieli narrano”, “il firmamento annuncia”, “il giorno racconta al giorno” le meraviglie e la gloria del Signore che li ha creati. È un linguaggio silenzioso: “senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce”. Bisogna staccare dalle orecchie le cuffie di un iphone, liberare la testa dalle parole vane per mettersi in ascolto di questa "foresta" di messaggi e di presenze segrete che ci invitano a guardare in alto, verso l'Oltre e l'Altro divino. {mospagebreak}
 
Tuttavia non solo il cosmo è il tempio di Dio, ma ogni tempio che l'uomo costruisce per onorare la divinità è immagine del cosmo. Questa visione, presente in tutte le culture, come ha ben dimostrato la storia delle religioni, a partire dagli studi di Mircea Eliade o di Jean Hani, è stata fatta propria dal cristianesimo. Come mirabilmente si esprime san Massimo il Confessore (579-662) nel Poema su Santa Sofia di Edessa: “È una cosa meravigliosa che, nella sua piccolezza, il tempio sia simile a un vasto universo. La sua cupola s'innalza come i cieli dei cieli ... Essa poggia saldamente sulla sua parte inferiore e i suoi archi rappresentano le quattro parti del mondo…”.
 
In questo senso, anche il "tempio cristiano" funziona da centro cosmico, luogo sacro ove le frammentazioni e le tensioni dell'esistenza convergono e si placano (si pensi alla centralità delle cattedrali nello spazio urbano medievale). Esso è, inoltre, segno di luce e di bellezza, nelle sue forme, nelle immagini e nella liturgia che ospita, teofania dello splendore divino, "spazio indicibile", come lo definiva in modo folgorante Le Corbusier, cioè spazio autenticamente santo e spirituale, sacro e mistico.
 
Ma nella concezione cristiana, come è noto, il baricentro teologico si sposta dallo spazio al tempo. Nell'ultima pagina neotestamentaria, quando Giovanni il Veggente si affaccia sulla planimetria della nuova Gerusalemme della perfezione e della pienezza, si trova di fronte a un dato a prima vista sconcertante: “Non vidi in essa alcun tempio perché il Signore Dio Onnipotente e l'Agnello sono il suo tempio” (Apocalisse, 21,22). Tra Dio e uomo non è più necessaria nessuna mediazione spaziale; l'incontro è ormai tra persone, si incrocia la vita divina con quella umana in modo diretto. Nel vangelo di Giovanni, Gesù identifica ormai il tempio con la sua persona: “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere. Egli parlava del tempio del suo corpo” (2,19-21). {mospagebreak}
 
Paolo andrà oltre e, scrivendo ai cristiani di Corinto, affermerà: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi...? Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Corinzi, 6, 19-20). “Un tempio di pietre vive”, dunque, come scriverà san Pietro della Chiesa dei fedeli, “impiegate per la costruzione di un edificio spirituale” (l Pietro, 2, 5), un santuario non estrinseco, materiale e spaziale, bensì esistenziale, un tempio nel tempo. Il tempio architettonico sarà, quindi, sempre necessario, ma dovrà avere in sé una funzione di simbolo: non sarà più un elemento sacrale intangibile e magico, ma solo il segno necessario di una presenza divina nella storia e nella vita dell'umanità.
 
Un noto teologo laico russo del Novecento vissuto a Parigi, Pavel Evdokimov, dichiarava che tra la piazza e il tempio non ci deve essere la porta sbarrata, ma una soglia aperta attraverso la quale le volute dell'incenso, i canti, le preghiere dei fedeli e il baluginare delle lampade filtrano anche nella piazza dove risuonano il riso e la lacrima, e persino la bestemmia e il grido di disperazione dell'infelice. Infatti, il vento dello Spirito di Dio deve correre tra l'aula sacra e la piazza ove si svolge l'attività umana.
 
Si ritrova, così, l'anima autentica e profonda dell'Incarnazione che intreccia in sé spazio e infinito, storia ed eterno, contingente e assoluto. Nel porgere il mio augurio più vivo per i lavori che stanno iniziando, al Priore e ai monaci della Comunità di Bose e ai direttore degli Uffici della Conferenza Episcopale Italiana, che hanno organizzato l'evento, agli Eccellentissimi Vescovi, agli oratori, ai delegati diocesani e ai professionisti presenti rivolgo il mio saluto più cordiale e grato.
 
Gianfranco Card. Ravasi
Presidente