Coclusioni - 11 settembre 2026
processo ecclesiale e comunitarioXXXII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
ABBA PACOMIO, ALLE ORIGINI DELLA VITA COMUNE
32° International Ecumenical Conference on Orthodox Spirituality
ABBA PACHOMIUS, AT THE ORIGINS OF COMMUNITY LIFE
Monastery of Bose, 8-11 september 2026
in collaboration with the Orthodox Churches
Fr. Luigi d’Ayala Valva, Monastero di Bose
Anche quest’anno siamo giunti alla conclusione di queste giornate di convegno. Giornate intense, segnate dall’ascolto, dal confronto delle idee, dall’incontro fraterno. In tutto questo ci ha accompagnato la figura di Pacomio, questo santo così caro alla tradizione monastica e alla nostra comunità.
Da un certo punto di vista, la scelta del tema di quest’anno era del tutto scontata e consequenziale rispetto all’itinerario tracciato dai convegni degli ultimi anni, tutti dedicati – a partire dalla ripresa mel 2022 – a quelle grandi figure della spiritualità monastica ortodossa antica che hanno valicato i confini dell’ortodossia e sono diventati patrimonio comune di tutte le chiese e di tutti i cristiani. Isacco il Siro, i Padri del deserto, Basilio il Grande, Antonio il Grande... e ora Pacomio, il “Padre della Koinonía” (anche lui caratterizzato nella tradizione ortodossa con l’epiteto di “il Grande”): tutte queste figure sono santi e maestri “ecumenici” nel senso pieno del termine, perché il loro esempio e il loro insegnamento, in forma varia, si è diffuso in tutta l’ecumene cristiana raggiungendo tutte le tradizioni. Quindi – ripeto – la scelta del tema di quest’anno poteva apparire scontata. Perché, facendo la rassegna delle grandi figure del monachesimo antico, restava lui – innanzitutto lui, Pacomio – figura inaggirabile, capitale per la sua importanza storica, amatissima (non solo da noi!) per il suo valore e il suo significato evangelico ed ecclesiale.
Eppure, da un altro punto di vista, scontato non era, e tra noi che nella Comunità siamo incaricati ogni anno di scegliere il tema dei vari convegni abbiamo esitato a lungo, e per più anni abbiamo rimandato la scelta. Voglio cercare di dar voce a queste esitazioni, che pongono altrettante domande, che sono reali, e forse dicono già qualcosa della ricchezza e della complessità del tema.
C’è innanzitutto il fatto che Pacomio, come figura storica, è una figura in qualche modo complessa e sfuggente sotto varie aspetti; una figura il cui itinerario biografico si interseca in vario modo con la storia dell’Egitto cristiano del suo tempo e con i suoi principali eventi e protagonisti: le fonti storiche che ci parlano di lui (il cosiddetto Corpus pachomianum) sono diverse e non così facilmente componibili tra loro; sono tramandate in varie lingue antiche e la loro accessibilità non è così semplice né immediata; la loro interpretazione è stata oggetto di un lungo dibattito ancora in corso. Come restituire tutto questo all’interno di un convegno di spiritualità che non vuole essere per “addetti ai lavori”, ma aiutare anzitutto a riscoprire la ricchezza di un patrimonio spirituale che deve essere tesoro di tutti?
C’è poi il fatto che Pacomio è sì figura importantissima e universalmente riconosciuta, ma è anche vero che nella tradizione ecclesiale fino a oggi – anche nel contesto ortodosso – rimane una figura più celebrata che realmente conosciuta per quello che è stata storicamente, per quello che ha vissuto e insegnato, nella misura in cui oggi riusciamo a conoscerlo meglio. E quindi potremmo anche chiederci quanto del Pacomio, diciamo così, “storico” appartiene al patrimonio reale e condiviso della spiritualità ortodossa (giacché è a questo che sono dedicati innanzitutto i nostri convegni)?
C’è infine – terzo motivo di esitazione, ce ne sarebbero altri, ma mi limito a tre – il fatto che la vicenda di Pacomio e della Koinonía, come dimostra la storia recente degli studi e della sua riscoperta (almeno nel contesto occidentale), è una vicenda che “accende gli animi” e, tra gli studiosi come anche in ambito ecclesiale e monastico, favorisce le “proiezioni ideologiche” e le posizioni contrappositive: vita cenobitica contro vita eremitica, vita attiva contro vita contemplativa, collettivismo contro individualismo, obbedienza contro responsabilità individuale, carisma contro istituzione, apertura al mondo e alla chiesa contro vita di ritiro e di isolamento... Senza parlare poi della complessa vicenda della successione al “Padre della Koinonía” nella seconda generazione, che apre tutta una serie di problematiche e di questioni delicate che sono tutt’altro che passate, ma che rimandano all’attualità viva – spesso dolorosa – delle nostre chiese e delle nostre comunità. Come trattare di tutto ciò in modo tranquillo ed equanime, senza lasciarsi invischiare in posizioni ideologiche o semplicistiche, cercando quindi di superare anche gli stereotipi (ad esempio quello che rappresenta la Koinonía pacomiana come una schiera di persone irregimentate e disciplinate, più simile a una caserma che a una comunità monastica)?
Sono domande reali che la vicenda pacomiana ci pone, e ho voluto ricordarle. Ciò nonostante anche quest’anno abbiamo raccolto la sfida e abbiamo ritenuto di poter osare, anche in ragione del fatto che oggi possiamo godere realmente dei frutti di quasi un secolo di studi sulle fonti pacomiane, e forse è davvero giunto il momento, e vale la pena, che i risultati di tutti questi studi siano fatti conoscere a una cerchia più ampia degli studiosi del monachesimo. E se è vero che ci sono ancora molti stereotipi su Pacomio, forse anche questo convegno può essere stata l’occasione per superarli e farne conoscere un po’ meglio la figura e l’insegnamento.
L’arcivescovo copto Angaelos di Londra stamattina con il suo intervento fresco e vivace – per cui lo ringraziamo – ci ha già offerto in qualche modo una relazione di sintesi sul tema di questo convegno. Ma vorrei comunque ripercorrere l’itinerario compiuto in questi giorni attraverso le tredici relazioni che ci sono state offerte, le quali sono state tutte ricche e stimolanti, da prospettive diverse e complementari, come sempre in questi nostri convegni (da quella più accademica a quella più spirituale, da quella storico-letteraria a quella artistica, da quella più sociologica a quella più ecclesiale), e così ci hanno permesso di apprezzare la profondità e la ricchezza del tema.
L’itinerario biografico di Pacomio, di cui ci ha parlato Jannis K. Grossmann (Università di Vienna), pone tutta una serie di problemi tuttora non completamente risolti da parte degli studiosi, anche in ragione del fatto che le “Vite di Pacomio” (complete o frammentarie) che sono giunte fino a noi non solo sono state redatte molti anni dopo la morte del santo e solo in piccola parte riflettono lo stadio più antico (quello di un’ipotetica “Vita di Pacomio” andata perduta), ma inevitabilmente risentono del filtro interpretativo della comunità che le ha scritte, come gli studi di questi degli ultimi decenni hanno ampiamente mostrato. Significativamente sono documenti tutti anonimi e, rappresentano innanzitutto la tradizione comunitaria: è la comunità che celebra le proprie origini e che riflette se stessa nella vita del santo fondatore, facendone un’icona agiografica da imitare, talora a costo di edulcorarne i tratti “spigolosi” e innovativi. Tuttavia, al di là delle interpretazioni di singoli episodi, possiamo raggiungere una ragionevole sicurezza sull’itinerario generale e sugli eventi principali della vita di Pacomio e cogliere l’importanza di quell’esperienza giovanile di carità ricevuta che diventò fondamento di tutta la sua vicenda e di tutto il suo insegnamento, con l’assoluta centralità attribuita all’elemento del servizio reso agli altri, che costituisce il cuore della Koinonia.
Su questa linea, l’intervento di p. Armand Veilleux (Monastero di Scourmont, Belgio), il “decano” degli studi pacomiani, al quale dobbiamo tutti così tanto per la riscoperta della figura di Pacomio e del significato della sua opera, ha ribadito che il tratto distintivo del modello cenobitico pacomiano non consiste tanto nell’aver riunito dei monaci attorno a un padre spirituale, ma nell’aver istituito una comunità di fratelli intesa in senso pieno e forte, la Koinonía, una parola greca gravida di significato, che quasi certamante Pacomio stesso ha ripreso dal Nuovo Testamento (cf. At 2,42), dove non indica il semplice fatto di vivere insieme, ma il fatto di essere in comunione, di condividere una stessa vita, materiale e spirituale, di essere parte cioè di un corpo ecclesiale comune, fondato sulla comune vocazione ricevuta dal Signore, e quindi di partecipare insieme ai fratelli – ciascuno per la propria parte – a un dono che viene da Dio. Ispirandosi alla comunità cristiana primitiva di Gerusalemme, questo stile di vita inaugurato da Pacomio si fonda perciò sulla carità fraterna, sul servizio reciproco concreto, sulla totale messa in comune dei beni materiali, sull’unanimità (“un cuore solo e un’anima sola”) e sull’assoluta uguaglianza e pari dignità dei suoi membri, conferendo alla vita comune un valore in sé e non di transizione verso la vita eremitica.
Parlare di comunione, è stato detto, può essere rischioso: una parola luminosa che rischia di diventare vaga ed evanescente... Di fatto per Pacomio, un uomo dal carattere assolutamente pratico, questa “comunione” (koinonía) è qualcosa di molto concreto. Innanzitutto, come ci ha mostrato la nostra sorella Lisa Cremaschi (Monastero di Bose), si tratta di una comunione fondata sull’assoluta centralità attribuita alla Scrittura, in varie forme. Al cuore della comunità pacomiana c’è l’ascolto, la lettura, la ripetizione, la spiegazione e l’assimilazione della santa Scrittura che rivela e comunica la salvezza donata da Dio. Qui, insieme all’aspetto concreto, cogliamo di nuovo il fondamento teologico della koinonía. L’atto concreto di ripetizione della Scrittura, ruminata e custodita nel corso della giornata, plasma la vita dei singoli e del corpo comunitario secondo i pensieri di Dio; e così ciò che “fa ardere il cuore” e dà forma alla vita di ciascuno è anche il “tesoro” che è al cuore della vita di tutta la comunità e viceversa (cf. Mt 6,21; Lc 12,34). In questa misteriosa coincidenza, sta il segreto della comunione e dell’unità comunitaria. Questo significa innanzitutto avere “un cuore solo e un’anima sola” per la comunità pacomiana.
In maniera ancor più concreta, la comunione rimanda alla vita nelle sue dimensioni più quotidiane. Ce ne ha parlato p. Benedetto Colucci (Monastero dei ss. Elia e Filarete, Seminara), mostrando come per Pacomio la koinonía, lungi dall’essere un semplice dispositivo organizzativo o un vago sentimento, va intesa piuttosto come una pedagogia evangelica concreta che passa attraverso la materia quotidiana (il lavoro, il silenzio, le regole..). Nascendo dall’esperienza profonda di aver ricevuto misericordia da Dio, essa trasforma il cammino ascetico del singolo in un processo ecclesiale e comunitario;e così attraverso le dimensioni della condivisione, del servizio, della corresponsabilità e della riconciliazione il monaco viene educato a uscire dall’egoismo e dall’isolamento per imparare a vivere non più come “io solo”, ma come “noi davanti a Dio”.
Nella stessa prospettiva, e con lo stesso taglio monastico, il vescovo Damaskinos (Chiesa Ortodossa di Estonia - Università della Finlandia orientale) – facendo utilmente ricorso anche alla propria esperienza di monaco athonita – ha analizzato il ruolo della vigilanza e della lotta spirituale nella vita dei pacomiani. Innanzitutto, contro ogni facile contrapposizione tra vita anacoretica e vita cenobitica, egli ha dimostrato che la vita comune nella tradizione pacomiana non è uno spazio di obbedienza passiva, ma il centro di un’intensa ascesi personale e di una lotta spirituale in cui ciascuno è responsabile in prima persona della propria vita spirituale. La vigilanza si sviluppa a partire da pratiche corporee concrete (ad esempio la veglia notturna) per trasformarsi in una custodia del cuore e della mente contro l’oblìo (léthe) e la negligenza (améleia); ma – e qui, di nuovo, sta il tratto specificamente pacomiano – il cenobita esercita la sua vigilanza non nella solitudine del deserto, né solo nella sua cella o nel suo cuore, ma anche nella trama delle relazioni quotidiane del corpo comunitario di cui è membro vivo. La presenza dei fratelli dà così un’impronta particolare alla pratica della vigilanza – sui pensieri, ma anche sulle parole e sulle azioni – e essa diventa un atto comunitario, un vero atto di amore, perché si vigila non solo su se stessi e per se stessi ma anche sui fratelli e per loro. Nello spazio della koinonia la vigilanza, per Pacomio, influisce direttamente sulla vita e sulla salvezza dei fratelli; così come la mancanza di vigilanza ha necessariamente gli effetti contrari, e rischia di disgregare e rovinare il corpo comunitario (come si vede nella celebre “visione della Gheenna” più volte richiamata).
Ora, se, come si è detto, nell’esperienza pacomiana è anzitutto centrale la comunione, bisogna tuttavia fare anche i conti con lo spazio rilevante che, nelle “Vite di Pacomio”, viene attribuito al suo carisma personale, alla sua autorità di “padre carismatico”. Ce ne ha parlato Lisa Agaiby (St. Athanasius College, Melbourne) – e molti studi degli ultimi decenni hanno valorizzato questo stesso aspetto inquadrandolo nel contesto culturale tardo-antico –. Non è certo infatti un tratto esclusivo del monachesimo pacomiano, ma rappresenta in qualche modo la continuità con il monachesimo anacoretico, da cui Pacomio ha preso le mosse come discepolo di Palamone. Va detto però che, pur nella continuità, c’è una vera novità e un superamento, nel senso che il carisma di Pacomio (e quello dei suoi successori), pur riconosciuto e valorizzato, assume un nuovo ruolo e non è più l’unico fondamento della sua autorità sulla comunità. Il vero fondamento della sua autorità, secondo le sue intenzioni, è il servizio. “Servire gli uomini” è lo scopo originario di tutta la sua opera, fin dagli inizi, e il “Padre della Koinonía”, a imitazione di Gesù che nell’ultima cena come “maestro e Signore” lava i piedi ai discepoli, esercita la sua autorità facendosi servo dei suoi fratelli per insegnare loro a diventare, a loro volta, “servi gli uni degli altri”, a “portare i pesi gli uni degli altri”. Quindi nella Koinonia il carisma del padre, pur con tutto il suo peso reale e l’obbedienza che gli è dovuta, è sempre posto al servizio dei fratelli e della crescita del corpo comunitario nel suo insieme, non è mai esercitato in modo dispotico. Tanto più che, accanto al discernimento carismatico del Padre c’è un corpo di “regole” che limitano la sua autorità e a cui tutti sono sottomessi, regole che traducono nella concretezza quotidiana i principi della koinonía. Sicuramente già istituite da Pacomio (anche se forse solo in parte in forma scritta), tali regole assumono un peso maggiore dopo la sua morte, quando la Koinonía, in assenza del padre carismatico, deve ripensarsi, sottoponendosi a un processo di graduale e naturale istituzionalizzazione. Ma paradossalmente è proprio quest’assenza a diventare l’occasione per mettere più pienamente in atto quei principi di comunione, quel desiderio di creare una comunità di uguali sul modello della chiesa primitiva che aveva abitato Pacomio fin dall’inizio. Come ha sottolineato efficacemente Agaiby, le ammissioni di debolezza da parte di Orsiesi di fronte al suo incarico di presidenza, più che essere indice di fallimento, segnano “il momento esatto in cui nacque l’autorità pacomiana”, perché “un superiore che non può pretendere di essere l’uomo di Dio carismatico può solo pretendere di essere al suo servizio” ed è proprio questo “a rendere in definiva la koinonia governabile da uomini comuni”.
Di un altro aspetto importante della vita della Koinonía ci ha parlato p. Sergej Kim (Università di Losanna), evidenziando come la preghiera liturgica e l’eucaristia, lungi dall’essere concepite come semplici atti religiosi e devozionali, erano per Pacomio strumenti centrali per costruire e cementare l’unità tra i fratelli davanti a Dio. Attraverso le diverse pratiche liturgiche – dalle grandi assemblee mattutine alle preghiere serali nelle singole “case”, fino ai grandi raduni annuali di riconciliazione – tutta la vita liturgica pacomiana dimostra di essere strutturata per trasformare la preghiera collettiva in una fonte di comunione e di gioia spirituale, accessibile a tutti e priva di fardelli eccessivi. È stato anche sottolineato come il fatto stesso che le fonti pacomiane evitino per lo più il termine “chiesa” (ekklesía) per i luoghi di culto interni, preferendo quello più modesto di “assemblea” (sýnaxis), potrebbe dipendere proprio dalla volontà di sottolineare la funzione di “raduno” e di “raccolta” che la liturgia era chiamata a esercitare nella comunità. Qui la comunità, radunandosi attorno alla celebrazione dei sacramenti e all’ascolto della Parola di Dio, si manifestava concretamente e visibilemente per quello che era: assemblea “santa”, raccolta da Dio e davanti a Dio.
Quanto poi al lavoro, di cui ha trattato – in absentia – la studiosa polacca Joanna Wegner (Università di Breslavia), si tratta di un tema di cui spesso negli studi pacomiani si è sottolineato il peso e la centralità, fin quasi ad arrivare talora a ritenerlo l’elemento principale della vita dei monasteri pacomiani, rappresentati spesso come enormi imprese agricole rigorosamente organizzate e come autentiche aziende produttive. Prendendo le distanze da simili letture riduttive, la relatrice sceglie di prendere sul serio quanto riferiscono le fonti pacomiane, sottolineando come il lavoro nella Koinonía, oltre a essere organizzato in vista della sua efficienza produttiva, allo scopo di garantire la sopravvivenza dei monasteri, fosse sottoposto a tutta una serie di attenzioni, di regole e di limiti, per rimanere adeguato allo stile di vita monastica e comunitaria proprio dei pacomiani. È stata richiamata in questo ambito l’importanza del silenzio, della vigilanza, della pazienza, ma anche dell’umiltà e dell’assenza di competitività nell’esercizio del lavoro. Il modello lavorativo pacomiano resta quindi profondamente contro-culturale, non solo perché il profitto, la speculazione sui prezzi e l’accumulo di eccedenze erano severamente vietati e sanzionati, ma anche per l’idea stessa del lavoro inteso in modo positivo come un servizio reso ai fratelli (e ai poveri) e come una pratica egualitaria comune a tutti i monaci senza eccezioni; e questo a fronte di una cultura dominante che svalutava il lavoro manuale come un’occupazione degradante e indegna delle persone libere.
Un tema importante quanto spinoso – perché spesso ha dato adito a letture divergenti – è poi quello del rapporto tra la Koinonía e la chiesa istituzionale. A fronte di una tendenza prevalente degli studiosi a dare credito alle Vite di Pacomio che presentano per lo più questi rapporti come sostanzialmente armonici, Fabrizio Vecoli (Università di Montréal) con la prospettiva dello storico laico, onesto e rigoroso, ci ha offerto una lettura meno irenica, più sfumata, più attenta ai dettagli e ai sottintesi dei testi, che talora presentano posizioni diverse e testimoniano un’evoluzione della comunità che li ha prodotti. Al di là di tutto, al di là delle numerose professioni di umiltà dello stesso Pacomio, i testi indubbiamente suggeriscono che la Koinonía aveva un’alta considerazione della propria vocazione e del proprio “carisma”, e che questo, in modo del tutto comprensibile, ha potuto produrre dei contrasti con la gerarchia ecclesiastica, forse soprattutto a livello locale: quest’ultima infatti tendeva naturalmente a voler sottoporre al proprio controllo una comunità in continua ed esuberante crescita, nella misura in cui aveva motivo di avvertirla come una minaccia per la sua autorità spirituale (si veda il caso di Latopoli). Tuttavia queste tensioni, che possono essere interpretate attraverso la chiave di lettura della dialettica biblica fra profezia e sacerdozio, non mi sembrano aver mai compromesso la coscienza fondamentale che la Koinonia aveva di appartenere integralmente alla chiesa, di non esserne isolata, anzi di essere sempre al suo servizio, di avere al suo interno una precisa missione da svolgere. E qui torniamo a quanto ci diceva p. Veilleux: alla vocazione profonda che la Koinonía rivendicava per sé di far rivivere la purezza della vita apostolica delle origini – cosa che forse, al di là delle sue stesse intenzioni, poteva essere percepita da altri come una velata critica al modello della chiesa secolare. In questo senso possiamo ricordare quelle parole di Pacomio riportate dalla Prima vita greca, dove ponendo la Koinonía sullo stesso piano delle eroiche imprese del vescovo martire Atanasio e del santo anacoreta Antonio, la presenta come “modello per tutti coloro che vogliono radunare le anime secondo Dio per sostenerle finché non siano diventate perfette”1 (G1 136). Che siano parole di Pacomio o più probabilmente parole poste sulla bocca dai suoi discepoli, testimoniano certamente un’alta coscienza della propria vocazione ecclesiale.
Dimitrios Moschos (Università di Atene) ci ha mostrato poi che l’immagine della Koinonía, così come la conosciamo dai testi, è in buona parte una creazione della “seconda generazione” dopo Pacomio. Si pone quindi la questione, annosa quanto fondamentale, della fedeltà alle intenzioni del fondatore, e per noi della possibilità stessa di conoscerle veramente attraverso questi testi. Moschos ha proposto una tesi originale che ha suscitato un dibattito interessante e che apre nuove prospettive di ricerca: partendo dall’assunto che l’ideale di una società egualitaria fondata sulla carità e sul servizio reciproco è l’elemento centrale e più originale della Koinonía che emerge dalle recenti intepretazioni delle Lettere di Pacomio e delle sue Regole (Moschos in questo senso dipende dagli studi di Christof Joest2 – uno degli studiosi che più ha lavorato su Pacomio negli ultimi anni e che avrebbe dovuto essere con noi in questo convegno), egli suggerisce come questo ideale, nella fase di istituzionalizzazione della “seconda generazione”, possa essere stato reinterpretato e fissato dai discepoli facendo ricorso a codici simbolici e modelli organizzativi tipici della tradizione politica e giuridica dell’antica Roma, e questo allo scopo di presentare la Koinonia come una “città alternativa”, una città ideale in senso cristiano ed escatologico – ciò che si può connettere con il tema della costruzione dell’utopia di cui altri studiosi hanno parlato proprio in riferimento ai pacomiani e al quale accennava Vecoli in chiusura del suo intervento –. Questo porta Moschos a concludere, da una parte, che i documenti pacomiani giunti fino a noi hanno tutto sommato preservato l’ideale comunitario originario nel suo nucleo sostanziale – contro le ipotesi di tradimento o di manipolazione dell’insegnamento di Pacomio – e, dall’altra, che proprio la sua traduzione in regole e categorie giuridiche ha permesso a tale ideale di sopravvivere e di diffondersi oltre i confini dell’Egitto.
Della diffusione e dell’influenza di Pacomio e delle sue Regole nella tradizione monastica orientale e occidentale ci ha parlato poi più specificamente Nikos Kouremenos (Accademia di studi teologici, Volos). Egli ha mostrato come, al di là della tradizione pacomiana elaborata nella “seconda generazione”, con le Regole e le Vite – operazione questa che è stata già un’interpretazione dell’esperienza viva della koinonía che la precedeva –, nel momento poi in cui questa tradizione si è diffusa al di fuori dei suoi luoghi di origine, l’eredità di Pacomio ha finito per frammentarsi a seconda delle aree geografiche. Ogni cultura ha così costruito il “suo” Pacomio, recependo ciò che le era più utile tramandare. Per esigenze di brevità Kouremenos ha limitato l’analisi all’ambiente copto, all’oriente bizantino e all’occidente latino (tralasciando ad esempio l’oriente siriaco). L’Egitto copto, se è vero che non ha dimenticato Pacomio (come si afferma talora), ne ha però assorbito e riscritto il modello, integrandolo nella successiva e più severa tradizione di Scenute. L’oriente bizantino, da parte sua, ha dato preferenza alla Vita di Pacomio, o piuttosto più in generale alla tradizione agiografica: ignorando le autentiche regole pacomiane (la cui versione greca non ha avuto alcuna circolazione in oriente) la tradizione monastica bizantina ha preferito la leggendaria “Regola dell’angelo” tramandata da Palladio, facendo così di Pacomio un “nuovo Mosè” che riceve la legge direttamente dal cielo. Al contrario, l’occidente latino, grazie alla traduzione di Girolamo, ha assimilato quasi subito l’apparato normativo e amministrativo delle Regole, ma solo più tardi ha scoperto l’uomo, il santo Pacomio, con la sua vita, e in una forma solo parziale e limitata. L’impianto normativo delle Regole pacomiane ha posto così le basi per la Regola di Benedetto, che però, secondo Kouremenos, ha finito per alterare la struttura originaria della comunità concentrando tutta l’autorità spirituale e disciplinare nella figura dell’abate. L’indagine varrebbe forse la pena di essere estesa e approfondita, ma il quadro di fondo sembra chiaro e la conclusione, di peso, che si impone è condivisibile: la diffusione, la ricezione e l’assimilazione di Pacomio nelle varie aree geografiche hanno finito, in vario modo, per oscurare e dimenticare (almeno in parte) il nucleo più autentico del suo messaggio – forse il più difficile da trasmettere! – quello che vede nella vita comune non il semplice contesto dell’ascesi, ma l’ascesi stessa, quello per cui il fratello non è semplicemente la persona accanto alla quale il monaco vive e si esercita, ma parte integrante del suo stesso cammino verso la salvezza.
La relazione di p. Hrisostom Rădășanu (Facoltà di Teologia ortodossa di Iași) è stata, infine, un’esemplificazione in ambito iconografico – attraverso il riferimento specifico al caso concreto degli affreschi del monastero di Sucevița (Bucovina) – del quadro generale che Kouremenos ha tracciato riguardo alla fortuna postuma di Pacomio. Posizionato come un anello di congiunzione teologico tra il peccato originale di Adamo e l’ascesa spirituale dell’uomo verso Dio, Pacomio qui diventa il ponte tra la caduta e la salvezza, diventa l’anti-Adamo vittorioso: dove Adamo fallisce cedendo al demonio, Pacomio vince obbedendo alle regole divine; dove Adamo si denuda perdendo la grazia, Pacomio si riveste dell’abito battesimale e monastico. È impressionante constatare come qui la vicenda individuale di Pacomio, in questo straordinario ciclo pittorico, sia assunta al centro di un grandioso disegno cosmico di salvezza, e questo in qualche modo non può non rammentarci le celebri parole che, all’inizio del suo cammino, Pacomio riceve in rivelazione dall’angelo: “La volontà di Dio è servire il genere umano per riconciliarlo con Lui”3. Ma è altrettanto impressionante – mi sembra – rilevare come questa rappresentazione di Pacomio, per quanto teologicamente e pedagogicamente efficace, neutralizzi sostanzialmente gli elementi più caratteristici dell’esperienza e dell’insegnamento del Padre della Koinonía, che cessa di essere il fondatore di una concreta comunità di fratelli edificata secondo il vangelo per diventare il simbolo universale della rinuncia al mondo e del ritorno dell’anima a Dio, un modello valido per il cammino di ogni monaco e di ogni singolo cristiano.
A questo punto sorge spontanea la domanda: ma perché, nelle varie epoche e nei diversi contesti geografici ed ecclesiali, è stato così difficile tramandare e recepire quello che noi oggi percepiamo come il nucleo più autentico del messaggio pacomiano, che in fondo è di una semplicità disarmante, nella misura in cui rimanda al cuore stesso del vangelo? Le risposte possibili sul piano storico possono essere molte – come per la questione della fine della Koinonia, che spesso è ritornata in questi giorni di convegno –, ma forse può essere più fruttuoso e interessante, invece di fare un processo al passato, rivolgere la domanda a noi stessi, alle nostre comunità, alle nostre chiese, e chiederci se anche per noi spesso non capiti la stessa cosa. Il Vangelo infatti è chiaro sulle esigenze fondamentali della comunione (koinonía), che emergono come il tesoro più prezioso del messaggio di Cristo – e l’esempio e l’insegnamento di Pacomio, come ci ha mostrato bene l’arcivescovo Angaelos, ci aiuta a riscoprirne tutto il valore e l’attualità – ma spesso, nei fatti, le priorità del Vangelo non sono le nostre; e questo è il dramma della nostra vita cristiana, sia a livello personale che comunitario ed ecclesiale.
In definitiva mi sembra di poter dire, al termine di questo nostro convegno, che ci troviamo ormai in una fase avanzata del processo di ricezione del messaggio di san Pacomio. Da oltre un secolo le sue Vite e le sue opere, insieme agli altri scritti che formano il Corpus Pachomianun sono state riscoperte, editate criticamente, ripetutamente tradotte, commentate, e hanno suscitato studi approfonditi su vari aspetti particolari. Anche gli stereotipi relativi alla Koinonía pacomiana, a cui accennavo all’inizio ormai – mi sembra – anche se spesso vengono ancora ripetuti (penso allo stereotipo della Koinonía rappresentata come un reggimento o una caserma, o nel migliore dei casi come un’azienda di lavoro, o a quello che contrappone nettamente vita eremitica a vita anacoretica, senza tener conto degli elementi di continuità), questi stereotipi sono sostanzialmente superati, come dimostrano, pur con accenti diversi, le parole di tutti coloro che hanno parlato. C’è una profondità biblica e spirituale che rappresentano il “lato nascosto” della Koinonía che ormai tutti gli studi riconoscono. Si potrebbe quindi dire che oggi abbiamo tutte le condizioni e tutti gli elementi per una conoscenza corretta e completa di Pacomio, come forse nessun’altra generazione prima di noi ha avuto. Ma a questo punto l’auspicio è che si faccia tesoro di tutti questi risultati per tradurli a livello di pedagogia monastica, di predicazione ecclesiale e di opere divulgative che facciano conoscere Pacomio ben al di là della ristretta cerchia degli studiosi o dei muri di qualche monastero.
Già p. Armand Veilleux, al termine della voce “Pacomio” redatta per la Bibliotheca Sanctorum nel 1968, auspicava “che i recenti sviluppi degli studi pacomiani permett[essero] a questa autentica spiritualità cristiana di esercitare un’influenza più profonda sul rinnovamento monastico contemporaneo”4. Ho l’impressione che l’auspicio sia ancora valido oggi, dopo più di 50 anni, e sia da estendere anche all’ambito ortodosso. In questo senso vorrei esprimere l’auspicio – e lo rivolgo come invito agli amici professori, studiosi e monaci provenienti dai vari paesi di tradizione ortodossa (Grecia, Russia, Serbia, Romania, Egitto...) – che si realizzino traduzioni nelle varie lingue nazionali delle Vite, delle Regole, delle Catechesi pacomiane che permettano un più ampio accesso a questo patrimonio spirituale senza bisogno di ricorrere a traduzioni straniere (inglesi, francesi, tedesche e italiane, che già esistono). Di fatto, in alcuni di questi paesi questo lavoro di ampia divulgazione su Pacomio manca ancora del tutto o in parte (penso ad esempio al caso della Grecia, dove, a mia conoscenza, l’unica traduzione delle Regole, per di più fatta dal francese, è quella pubblicata in appendice a un libro di p. Placide Deseille)5, e questo è un vero peccato, perché così una figura luminosa della tradizione ortodossa finisce per essere trascurata e restare nascosta dietro alle oleografie delle formule liturgiche o delle rappresentazioni iconografiche, rischiando di non poter esercitare pienamente e concretamente la sua funzione ecclesiale.
E vorrei concludere riascoltando alcune parole di abba Orsiesi, discepolo di Pacomio, tratte dal suo Testamento (forse tra tutte l’opera che più fedelmente ci restituisce il nucleo autentico del messaggio della Koinonía) e vorrei che fossero parole di congedo ma anche di stimolo e di insegnamento per le nostre relazioni personali, ecclesiali e anche ecumeniche:
Dopo aver reso conto della nostra vita, dovremo ugualmente rendere conto anche degli altri, di coloro che ci sono stati affidati. E questo è da intendersi … riguardo a ciascun fratello della comunità, poiché tutti devono portare i pesi gli uni degli altri per adempiere la legge di Cristo (cf. Gal 6,2). Ascoltino l’Apostolo che scrive a Timoteo: “Timoteo custodisci il deposito” … Anche noi abbiamo un deposito affidatoci da Dio: la vita dei nostri fratelli6.
In queste semplici parole c’è tutta la Koinonía pacomiana, c’è tutta l’esistenza ecclesiale, come vita di persone che sanno di essere membra di uno stesso corpo, sanno che nessuno in questo mondo vive e si salva da solo, che nessun uomo è un’isola, ma che la vita di ciascuno è strettamente legata a quella di tutti, nel bene come nel male.
1Prima vita greca 136, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini. Fonti greche della vita di Pacomio e dei suoi discepoli, a cura di L. d’Ayala Valva, Qiqajon, Magnano 2016, p. 255.
2 Cf. Ch. Joest, Die Pachom-Briefe.Übersetzung und Deutung, Lovanii 2014 (CSCO 655); Id., Die Mönchsregeln der Pachomianer, Lovanii 2016 (CSCO 660).
3Prima vita greca 23, in Pacomio, servo di Dio e degli, p. 162.
4 A. Veilleux, s. v. “Pacomio”, in Bibliotheca Sanctorum, Vol. X, Rome 1968, coll. 10-20.
5 Cf. P. Deseille, Ο Παχωμιακός μοναχισμός, Tinos, Athina 1992.
6 Orsiesi, Libro 11, Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Qiqajon, Magnano 1988, pp. 382-383.