“Senza misura”

Photo by Lin Po-Tsen on Unsplash
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13 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 3,22-36 (Lezionario di Bose)

22Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. 23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c'era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.
25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: «Non sono io il Cristo», ma: «Sono stato mandato avanti a lui». 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 31Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.


L’Amore vuole comunicarsi, nessuno può strapparci dalla sua mano (cf. Gv 10,28), solo la nostra disobbedienza ci può negare di gioire quali amici dello Sposo (cf. vv. 29.36).

Dopo i vangeli della resurrezione della settimana scorsa e quello proprio della memoria di ieri, riprendiamo la lectio “secondo Giovanni” ritornando con lui all’inizio della vicenda pubblica di Gesù, e lo facciamo in questo tempo, alla luce di Pasqua. Questo è sempre vero per ogni vangelo, perché tutti sono stati scritti dopo la passione, morte e resurrezione di Gesù, a testimonianza della gioiosa, paradossale fede pasquale. Soprattutto va rimarcato nel caso del quarto vangelo, per coglierne la prospettiva e il linguaggio alti.

Quindi torniamo sulle rive del Giordano, riappare il Battista maestro di Gesù, ma nella nostra rilettura già scorgiamo nel Precursore la postura del testimone del Risorto. Il Figlio sul quale il Padre ha posto il suo sigillo (cf. Gv 6,27) è stato confermato nella sua missione con il sigillo della resurrezione. Ma la sua missione era già stata confermata dal Battista, che in questo è precursore anche di chi accetta la testimonianza del Figlio e vi pone a sigillo il proprio amen (cf. v. 33).

Raccontando della loro attività di battezzatori, si ricorda come alcuni insinuavano vi fosse competizione tra Giovanni e Gesù; in realtà tutto si era risolto in una decisa testimonianza reciproca. Qui Giovanni mostra di non fraintendere la propria missione e di non essere attaccato al proprio successo. Non si sente in competizione con, ma a servizio di: “Lui deve crescere, io invece diminuire” (v. 30). Vive ciò che ha predicato, lo riafferma con la vita quando potrebbe smentirlo nei fatti, vi rimane fedele fino all’ultimo. Le virgolette che si chiudono al versetto 30 ci lasciano queste parole come ultimo testamento del Battista nel quarto vangelo.

C’è tuttavia un’altra possibilità di lettura, ed è che i versetti 31-36 si possano ancora considerare come parole del Battista. Sebbene siano eco di quelle di Gesù (cf. il precedente dialogo notturno con Nicodemo, invitato a rinascere “dall’alto”), si possono leggere con riferimento a Giovanni, che aveva sempre detto di non essere lui il Cristo, riconoscendo la superiorità di Gesù, che viene “dall’alto, dal cielo, da Dio”. Di fronte al mistero di quell’uomo Giovanni si ferma, capisce che il suo predicare rimane comunque un parlare “secondo la terra”, segnato dall’esperienza delimitata da questo orizzonte. Ora, però, viene uno che porta nella sua umanità il nuovo orizzonte del Regno, dandoci il potere di diventare figli di Dio (cf. Gv 1,12).

Giovanni gli rende testimonianza e lascia che le parole di Gesù prolunghino e dilatino il suo predicare (possiamo intendere così l’estensione dei vv. 31-36?). Noi forgiamo il nostro parlare – parole che rivolgiamo agli altri e prima di tutto a noi stessi – a partire da ciò che vediamo, udiamo, sperimentiamo. Così Giovanni, ascoltando Gesù che a sua volta “attesta ciò che ha visto e udito” come Figlio e “dice le parole di Dio” (vv. 32-33).

Se dimoreremo in queste parole, che “sono Spirito e vita” (Gv 6,63), allora anche noi saremo capaci di parole che trasmettono vita in abbondanza perché ampliate e fecondate da quelle del Vivente che “senza misura dà lo Spirito” (v. 34).

fratel Fabio