Sana inquietudine

Photo by Kseniya Lapteva on Unsplash
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28 agosto 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,9-17 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.


In questo tempo di prova, in cui le parole amore e gioia possono apparire vuote di senso, meditiamo su questo autentico inno all’amore nel lungo discorso di addio di Gesù ai suoi discepoli secondo il quarto vangelo.

Alcuni esseri umani possono togliere la libertà, i diritti ad altri uomini e donne, possono oscurare la speranza nel futuro, essere causa di sofferenza e persino di morte, ma nessuno mai potrà intaccare in alcun modo l’amore che il Padre ha per il Figlio e l’amore che il Figlio ha per ciascuno di noi.

A noi credenti nel Dio di Gesù di Nazareth, che ci ha narrato il suo volto di Padre, è donata questa buona notizia, una parola di amore e di pace, di gioia, di una speranza possibile che anche il deserto possa fiorire e dare frutto.

Ma si tratta sempre di un amore che non nasce da noi, dai nostri sforzi goffi e maldestri, ma ha la sua radice nell’amore del Padre per il Figlio: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi”. La nostra vita, ogni nostra notte oscura arde di questa sete di senso, che noi chiamiamo amore. Siamo ciechi sulla tua strada, incapaci di riconoscere quell’amore che abita in noi e che è il nostro nome pronunciato nei secoli eterni.

È l’amore che ci ha chiamati e scelti, non noi abbiamo scelto lui, ma colui che è l’amore più grande ci ha amati per primo, e ci ha costituiti per rimanere quale frutto del suo amore. Solo il dono totale della vita rende possibile l’amore, perché solo in quella vita deposta sulla croce per i suoi amici, non più servi, possiamo essere liberati da ogni tentazione di autosufficienza, di egoismo, da ogni strumentalizzazione dell’amore, dall’imbarbarimento delle relazioni.

C’è una gratuità del rimanere che è sempre difficile da accettare e comprendere. Non ci è chiesto nulla se non di rimanere in questo amore, che dimora in noi più intimo del nostro intimo; noi invece ci affanniamo inutilmente a cercarlo fuori di noi in mille cose senza importanza, mentre una sola cosa è necessaria.

In questo rimanere c’è il tutto della gioia piena che nessuno potrà toglierci, c’è il tutto di ogni nostra preghiera esaudita, c’è tutto ciò che il Figlio ha udito dal Padre. Ma questo tutto null’altro è che l’amore.

Noi non saremo mai capaci di quest’amore, ma sempre continuerà a bruciare nel nostro cuore questo desiderio, questa sete di senso e di vita: rimanere è custodire questa ricerca, questo anelito perenne, come aveva compreso Agostino, che dopo aver cercato la verità fuori di sé, la scopre come amore che pervade il proprio intimo: “Ecco tu eri dentro e io fuori: là ti cercavo… eri con me e non ero con te.” Fino a confessare: “Ho gustato e ho fame e sete. Mi hai toccato e ardo per la tua pace”.

Il nostro cammino umano è un dimorare nell’amore, in quello stesso amore che un giorno ha pronunciato in modo irripetibile il nostro nome, rendendoci non più “schiavi sotto una legge, ma uomini liberi guidati dalla grazia, rapiti dal profumo di Cristo che esala da una vita di conversione al bene”. Se sapremo custodire questa sana inquietudine, questo desiderio dell’amore autentico che viene dal Padre, potremo vivere con amore la nostra vocazione da veri innamorati della bellezza spirituale e conosceremo la pace che il Signore ci ha dato, non come la dà il mondo.

E forse dimorando in questo amore e in questa pace, potremo essere costruttori e portatori di pace là dove altri hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.

fratel Nimal