Viene quel giorno

Giovanni Frangi
Giovanni Frangi

29 novembre 2025

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 21,34-36 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 34«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».


Ultimo giorno dell’anno liturgico, non per fare un bilancio o per riposarci prima di iniziare l’anno nuovo. No! Ma giorno per far memoria di “quel giorno” annunciato da Gesù.

Giorno di veglia, o forse piuttosto notte di veglia, come fu, per il Signore, quella notte di Pasqua in cui gli Israeliti uscirono dall’Egitto: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (Esodo 12,42).

Nei tre versetti che compongono l’evangelo odierno, abbiamo due imperativi che sorgono da un pericolo che minaccia. Stranamente, la minaccia è costituita appunto da “quel giorno”. Nei giorni scorsi abbiamo sentito qual era quel giorno: un giorno ambivalente. Giorno della venuta del regno di Dio (Lc 21,31), ma giorno preceduto da giorni di grande tribolazione: il tempio sarà distrutto, Gerusalemme circondata da truppe nemiche, ci saranno guerre e persecuzioni, terremoti e carestie (Lc 21,5-11), e proprio in mezzo a questi scombussolamenti verrà il figlio dell’uomo la cui venuta segna l’inizio della nostra liberazione (Lc 21,27-28). 

Proprio a causa del carattere ambivalente di “quel giorno”, Gesù esorta i suoi discepoli, ma anche, attraverso l’evangelo lucano, i suoi lettori, noi. Due imperativi, dicevo: “State in guardia per voi stessi” e “state svegli” (vv. 34 e 36). Li traduco così perché in questo modo questi verbi giocano con altri che precedono il nostro testo. 

In Lc 20,46, Gesù esortava a “stare in guardia” dagli scribi che amano apparire; ora occorre stare in guardia “per voi stessi”: il pericolo non è tanto fuori di noi, in quelli che agiscono male e che possono anche perseguitarci; il pericolo siamo noi! Siamo esseri di desideri che vogliamo a tutti i costi vedere soddisfatti. Ma devono essere questi i nostri pensieri? Non occorre piuttosto aprire gli occhi, non sui desideri, ma sulle necessità e i bisogni urgenti di tanti uomini, donne, adulti e bambini? Non chiudere il nostro cuore a quelli in mezzo ai quali Dio ha scelto di fare la sua dimora: 

Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi …

In quale luogo potrei fissare la dimora? … 

Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito 

e su chi trema alla mia parola (Is 66,1-2).

L’altro imperativo esorta a stare svegli, come sentinelle che scrutano la notte perché improvvisa sarà la venuta di quel giorno dal momento che tutti i segni annunciati si sono verificati: quale secolo infatti non ha visto persecuzioni, terremoti, guerre, tribolazioni? Perfino il grande segno della venuta del figlio dell’uomo nella sua gloria è già avvenuto. Sulla croce, infatti, Gesù, il figlio dell’uomo, ha manifestato la sua vittoria sulla morte, attraverso la sua propria morte.

Stiamo svegli dunque, non nella paura di altre catastrofi – che probabilmente accadranno ancora –, ma perché il giorno atteso sarà – se lo aspettiamo davvero – quello della nostra liberazione.

fratel Daniel