“Allora digiuneranno”
19 gennaio 2026
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 2,18-22 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 18i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. 21Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. 22E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».
Nella vastità del tempo e dello spazio, il digiuno rientra nelle esperienze dell’uomo religioso: il rapporto con il cibo dice un rapporto con la vita e con la fonte della vita stessa… Il vivente che non mangia è votato alla morte; di conseguenza il digiuno non può essere una condizione ordinaria e consueta, ma semmai un’eccezione, un’interruzione che ribadisce l’essenza della nostra creaturalità, la nostra dipendenza da altro e da altri, da una vita fuori di noi che concorre a rendere viva e vivibile la nostra stessa vita.
Il digiuno permette poi di interrogarsi sulla natura di ciò che ci sostenta, che ci alimenta, che ci tiene in vita, che ci sazia, che colma il nostro bisogno. Il digiuno ci aiuta a ricordare che viviamo non solo di pane, ma anche di parole, non solo di materia, ma anche di una realtà più sfuggente e impalpabile che però ci è essenziale come l’aria che respiriamo, come l’acqua che spegne la nostra arsura, come il cibo che placa i morsi della fame.
Giovanni il Battista e la cerchia dei suoi seguaci si distingueva per le pratiche ascetiche e per la sobrietà nell’uso del cibo. Si dice che mangiasse cavallette e miele selvatico (cf. Mt 3,4; Mc 1,6), anche se forse il termine generalmente tradotto con “cavallette” potrebbe significare “baccelli”, nel qual caso il Battista sarebbe stato anche vegetariano, simbolo della condizione dell’uomo integro, precedente alla caduta, quando ancora la carne non era stata ancora concessa in cibo agli uomini. Gesù invece verrà apostrofato come un mangione e un beone (cf. Mt 11,19; Lc 7,34), che non si sottrae alla tavola dei banchetti e che condivide il cibo dell’umanità peccatrice: anche in questo è uno di noi, un Dio umanamente vicino.
Gesù però, in altre occasioni, ha conosciuto e praticato il digiuno, e ne ha parlato, distinguendo fra pratiche esteriori e adesione interiore. Alcuni digiunano perché i tempi sono oscuri e tribolati, perché la notte della morte sembra prevalere, e quindi si attende un tempo in cui la situazione verrà ristabilita e allora si potrà tornare a mangiare…
In questi versetti, invece, Gesù sembra rinviare il digiuno: ai suoi occhi il tempo si è fatto gravido di compimento e l’oggi di Dio irrompe nelle pieghe della storia e invita a sedere alla mensa del Regno. Il Dio-Sposo bussa alla porta, intenzionato ad entrare, a mettersi a tavola e a mangiare con noi, e con i peccatori e le peccatrici che lo accolgono, che lo cospargono di profumo, che gli presentano la loro fame e la loro sete di senso.
Ora lo Sposo è presente, e la sua presenza infonde una gioia che colma l’esistenza dei suoi discepoli; questi digiuneranno non ora, ma «in quel giorno», quando lo Sposo sarà loro tolto. Allora «il digiuno non è una prassi ascetica che si suppone possa avvicinare l’uomo a Dio», semmai «è un’inscrizione, nel quotidiano dell’esistenza, dell’assenza dello sposo; è un segno regolare, segnalato ad esempio in un calendario liturgico, che ricorda l’assenza e inscrive la vita quotidiana nell’attesa del ritorno» (E. Cuvillier).
In questo frattempo,
sospeso fra la gioia della presenza e la nostalgia del ritorno,
a te, Sposo dell’umanità sperduta,
gli occhi di tutti sono rivolti in attesa
e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente,
anzi imples omne animal benedictione,
tu colmi di benedizione
ogni essere animato dal tuo soffio di vita (cf. Sal 145,15-16).
un fratello di Bose
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