Dentro o fuori

Foto di Bence Halmosi su Unsplash
Foto di Bence Halmosi su Unsplash

24 gennaio 2026

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 3,20-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 20entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».


Gesù entra, i suoi escono, e di lui dicono: “È fuori”. Con una manciata di parole, l’evangelista delinea per noi un contrasto molto efficace, capace di far emergere la novità di Gesù.

Ci dice che Gesù entra in una casa. La casa di chi? In quale città? Non lo sappiamo, non ci viene detto altro se non che è una casa. È questo l’essenziale, che si tratti di un’abitazione qualunque e che Gesù entrandovi si senta a casa. A dirla tutta, un’informazione in più ce l’abbiamo: sappiamo che di certo non era la sua casa natale, quella della sua infanzia, in cui sua madre e i suoi fratelli ancora abitavano; non era la dimora familiare. Qui sta lo scarto: per i “suoi” quella e solo quella è la sua casa, tutte le altre sono casa d’altri. Per Gesù invece ogni casa che lo accolga è casa sua. Là egli dimora.

Allora i suoi escono per andare a prenderlo, letteralmente per catturarlo, per impadronirsi di lui. Significativamente, lo stesso verbo che più avanti contraddistinguerà i capi del popolo, nel loro tentativo di arrestare e bloccare quel predicatore pericoloso, fa la sua prima comparsa nel vangelo secondo Marco nell’intenzione dei famigliari di Gesù. Per loro infatti quel povero figlio e fratello sommerso dalla folla e incapace persino di procurarsi del cibo “è fuori”. È fuori di sé, è fuori di testa, precisa giustamente la traduzione italiana, chiarificando un verbo che più semplicemente significa stare fuori. 

Per i suoi parenti, Gesù certo è “fuori di sé”, ma è anche fuori da loro, fuori dallo spazio sicuro e già noto del noi familiare. Gesù “è fuori” perché entra di casa in casa, perché si consegna a degli estranei. Questo preoccupa i suoi, non lui. Per Gesù “essere fuori” significa cominciare a e-sistere. È certo grazie al nido accogliente della famiglia che è diventato quel che è, eppure ora non ci sta più, ha bisogno di uscire verso uno spazio nuovo. Ogni nascita è un venir fuori, comporta un distacco, certo doloroso, ma fecondo.

Si tratta di una dinamica profondamente umana, a cui però Gesù aggiunge qualcosa di nuovo. Per lui infatti l’uscita ha comportato anche un’entrata. Se esce di casa non è solo per poter diventare pienamente se stesso, ma anche per entrare di casa in casa, per sperimentare una familiarità diversa, quella di chi sa che “Dio fa abitare in una casa coloro che hanno un unico intento” (Sal 68,7 LXX). 

Per lui il distacco dal luogo in cui si è naturalmente, biologicamente insieme, significa l’apertura alla dinamica nuova del convergere, del radunarsi insieme in uno stesso luogo, dell’essere ec-clesia, appunto, la comunità nuova di fratelli e sorelle, figli e figlie di uno stesso Padre. Intorno a lui in quella casa qualunque si raduna una folla, una folla che certo può restare anonima, fredda come purtroppo sono spesso le nostre chiese, ma che dovrebbe essere invece il grembo di un’umanità nuova, un’umanità fuori dagli schemi ma dentro all’amore del Padre.

fratel GianMarco


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