Trasfusione di vita

Foto di Casey Horner su Unsplash
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3 febbraio 2026

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 5,21-43 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 21essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva del mare di Galilea, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.


Due racconti si intrecciano in questa pagina del Vangelo di Marco. Due racconti in cui i protagonisti sono dei corpi nei quali la vita lotta contro la morte. Due racconti in cui dei corpi già abitati, in vita, dalla morte, sentono il flusso della vita defluire da loro e la morte rendere impotente ogni loro battaglia per la vita.

Dapprima, la storia di un uomo che vede sfuggire dalle sue mani e dal suo cuore la vita della sua giovane figlia, cioè di un uomo che sta perdendo parte di sé, ciò che ha di più caro. Poi, la storia di una donna affetta da un’ininterrotta perdita di sangue, e dunque di vita, da dodici anni, che vede il suo corpo privato della fonte della vita fisica e, soprattutto, privato del senso della vita: considerata impura e costretta all’isolamento, la sua vita è privata della comunione, è sottratta alla relazione. Dodici anni – un’eternità – di assenza di ciò che rende vivibile e sensata una vita: la consolazione dell’amore.

Due storie che narrano l’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, alla perdita, alla separazione. Due storie esemplari dietro le quali, in trasparenza, leggiamo le nostre, spesso dolorose, storie di morte, di perdita, di separazione. Due storie esemplari in cui sentiamo vibrare la nostra impotenza di fronte a tutto ciò che minaccia, e a volte uccide, il nostro desiderio di vita, di relazione, di amore.

Paralizzati da tale impotenza, da tale fragilità costitutiva della nostra vita, che fare? Le due storie narrate da Marco ci presentano la soluzione del vangelo, la cura del vangelo a questa malattia esistenziale dell’uomo. E questa cura è la trasfusione. L’impotenza dell’uomo di fronte ad ogni morte esperita già qui nei giorni della nostra vita è vinta soltanto attraverso l’accettazione e l’invocazione. Accettazione di non poter trovare un rimedio in noi e invocazione di una trasfusione di vita, fiduciosa apertura alla vita che viene da un altro e, per contatto, ridesta in noi la vita.

Nel racconto letto emerge infatti il linguaggio del contatto dei corpi, si staglia il lessico della prossimità che narra un Dio vicino, un Dio che ha scelto la prossimità come luogo della sua manifestazione e modalità della sua presenza. 

Parole che ci dicono come nella prossimità di Gesù una nuova vita ci è trasmessa da corpo a corpo. Potenza di vita che sgorga dalla vita di Gesù, colui che ha fatto della sua vita un’incessante ricerca di relazione e un ininterrotto incoraggiamento alla fiducia in un Dio vicinissimo. Dalla vita di Gesù un’emorragia di vita divina si effonde, come per trasfusione, nei nostri corpi e nei nostri cuori. 

È questa trasfusione vitale che, nel vuoto delle nostre morti, delle nostre perdite, delle nostre separazioni, fa scorrere la freschezza di una fede, di una fiducia che osa immaginare e sperare l’insperabile: “Non temere, continua solo ad avere fede!” (v. 36), dice Gesù a Giairo e, attraverso di lui, anche a noi. 

E così la trasfusione di vita diviene anche trasfusione di fiducia, che è il vero motore che fa ripartire una vita. Perché avvenga qualche divina trasfusione può bastare davvero poco, anche solo un piccolo gesto riassunto in una mano aperta e tesa alla relazione con il Signore. 

fratel Matteo


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