La giustizia sovrabbondante

Foto di Amin Zabardast su Unsplash
Foto di Amin Zabardast su Unsplash

26 febbraio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,20-26 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 20«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna.
23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!».


“Vi dico che se non abbonderà la vostra giustizia più degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Giustizia come nostro consenso all’agire di Dio, alla sua volontà; ricerca di conformarci al suo progetto di amore per ogni creatura. Giustizia che viene dalla fede non da un nostro volontarismo morale.

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”, la giustizia misericordiosa del Padre, “e tutto il resto verrà in aggiunta” (Mt 6,33) .

Gesù ci porta al cuore della Prima Alleanza: quella relazione con le creature umane, quella vicenda da “vivere insieme”, testimoniata da tutto l’Antico Testamento, viene ora da Gesù portata al compimento. Il nostro Dio, in Gesù, cerca di approfondire la relazione con noi, di portarci a una fase adulta. È venuto il tempo di una giustizia sovrabbondante, quella che rende beati quanti ne sono affamati e assetati, quella che rende beati quanti per essa patiscono persecuzioni di ogni tipo. Beati non perché sono sofferenti e basta, ma perché Dio risponde e risponderà aprendo la sua mano generosa, e già ora, pur nelle sofferenze, introducendo alla comunione con lui, alla gioia del Regno.

In Cristo vediamo quella giustizia sovrabbondante che arriva alla croce, arriva ad amarci fino al compimento, anche se noi siamo ancora peccatori, ancora lontani. Siamo al momento centrale di tutta la storia, e di ogni storia personale: la croce e la resurrezione di Gesù, il dono dello Spirito santo, immette vita divina nella nostra storia mortale.

È questo amore fedele e misericordioso, immeritato, che ci spinge alla conversione. Uscire dal nostro pensare, vedere, giudicare, troppo ristretto e malato per accordarci al sentire in grande di Gesù. La sua presenza nella nostra vita rinnova, purifica, ordina ogni nostra relazione.

Gesù interpreta in profondità la Legge, il comandamento. Il primo esempio citato è il “Non uccidere”. 

Nel conflitto con l’altro, quando tendiamo solo a sottometterlo, non è necessario arrivare all’estremo dell’uccisione, già le nostre parole possono essere una ferita mortale, tolgono vita al nostro prossimo. Il chiudere l’altro in un giudizio definitivo stravolge anche l’immagine di Dio che noi testimoniamo.

L’altro, l’altra sono in realtà fratelli e sorelle, di cui essere custodi e nostri custodi, e così vanno riconosciuti e rispettati. Se qualcosa incrina le nostre relazioni, non importa se a ragione o se a torto, anche la nostra azione liturgica è sconfessata, falsificata. Proprio l’evangelista Matteo per due volte riporta nel vangelo le parole di Gesù: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13; 12,7). E spetta a noi fare il primo passo di un cammino di riconciliazione.

La riconciliazione non può essere rimandata, a rischio di trovarci nel “giorno del giudizio” coperti di vergogna. “Il sole non tramonti sulla vostra collera” (Ef 4,16): ciò che è generato dall’ira non deve avere l’ultima parola, sarebbe darla vinta al divisore e mettere in pericolo l’unità della comunità

fratel Domenico