Chiedergli semplicemente di essere Padre

Pietra chiesa di San Secondo
Pietra chiesa di San Secondo

2 marzo 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,7-15 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 7«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
9Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
10venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».


Come un quadro in una cornice, così la preghiera del Padre nostro che il Cristo insegna ai suoi discepoli risulta incastonata fra due versetti che la precedono e altrettanti che la seguono.

C’è innanzitutto un invito alla sobrietà, a parole parche, misurate nella quantità: fin dalla notte dei tempi l’uomo è riuscito con sorprendente facilità a fatigare deos, a stancare gli dèi a suon di parole, assillandoli di richieste (e forse anche ad affaticare se stesso…).

La vera preghiera è, invece, sottrazione di parole, più che addizione; è saperci preceduti, ascoltati, attesi da un abbraccio benedicente, che non ha bisogno di sentirci dire molte cose, perché «sa» già quel che affiora nel nostro cuore prima ancora che sulle nostre labbra.

Pregare non è dire preghiere:
pregare è rotolare
nel buio della tua luce,
e lasciarci raccogliere,
e lasciarci parlare
e lasciarci tacere
da te.
Pregare sei tu che preghi,
tu che respiri,
tu che mi ami;
e io mi lascio amare
da te.
Pregare è un prato d’erba,
e tu ci passi sopra (Adriana Zarri). 

In questo spazio di parole rarefatte, di cuore dilatato, di silenzio accogliente può allora risuonare la voce che invoca: «Padre», il gemito dello Spirito che mormora in noi che abbiamo «ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15).

Scopriremo allora che, nel nostro pregare, «in verità, è sufficiente una parola sola. Basta la parola “Padre”

Se analizziamo questa orazione, ci rendiamo conto che vi è assente l’argomentare. Nel Padre nostro non si fanno ragionamenti, tutto si concentra attorno al Padre. Il sintagma vocativo in apertura, “Padre nostro”, è chiaramente la parola chiave. È vero che poi si parla di Volontà del Padre, di Nome del Padre, di Regno del Padre, ma è sempre attorno alla scoperta del Padre che si continua a girare. Possiamo dire che, più che pregare chiedendo la soddisfazione di questa o di quell’altra necessità, nel Padre nostro si domanda al Padre di essere Padre. Il destinatario della preghiera, Colui al quale ci rivolgiamo, emerge come oggetto della supplica stessa». Gesù non ci ha consegnato una formula per i nostri riti, ma «ci ha introdotto in una relazione, ci introduce in una vita, ci dà accesso a un’esperienza» (J.T. de Mendonça).

Come suggeriscono poi i versetti finali del nostro passo, la verità della preghiera sta nella relazione che genera, più che nelle parole di cui si riveste: i figli, amati dal Padre, divengono a poco a poco capaci di ri-amare, di donare, e di perdonare.

Rivolgendo gli occhi al Padre delle misericordie, nel perdono noi ricordiamo che «l’altro non è Dio, e proprio per questo non ci si può dimenticare della sua imperfezione, della possibilità della sua fallibilità, del suo essere strutturalmente fragile. Perdonare è concedere all’altro di essere umano fino in fondo, di permettergli cioè di tentare di essere una persona migliore perché non lo è fin dall’inizio, e non lo è sempre» (L.M. Epicoco).

La preghiera al Padre si compie allora nel nostro scoprirci figli e nel nostro agire da fratelli, capaci di non sprecare parole e di sconfinare nel perdono.

un fratello di Bose