Nelle mani degli uomini
13 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 9,30-37 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli 30attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Per la seconda volta, Gesù preannuncia la sua passione: “Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini...”. Il modo in cui si esprime lascia intendere che per lui la sua consegna non si riduce al momento dell’arresto, ma è azione continua, che coincide con la sua vita consegnata agli uomini di cui è figlio. È in quanto figlio di quest’umanità che Gesù fin dall’inizio è consegnato da Dio come dono agli uomini con i quali condivide “carne e sangue”; una consegna a cui egli associa la propria volontà e a cui resta fedele, anche quando alla fine essa viene stravolta nella forma di una “consegna a tradimento” da parte degli stessi uomini che ne hanno ricevuto il dono senza riconoscerlo.
Ma Gesù vive tutto questo nella fede. Dietro le mani che lo consegnano alla morte già intravede le mani del Padre che lo accolgono e lo ridestano alla vita (“dopo tre giorni risorgerà”). Egli non può fare a meno di pensare e vivere la prospettiva della morte al di fuori di un orizzonte di fede, e quindi di vita, un orizzonte in cui la morte è superata come realtà ultima e definitiva. Ciò non significa che gli sia stata risparmiata l’angoscia di quella morte violenta; è vero il contrario. Eppure sappiamo che, già durante la sua vita, la resurrezione è stata parte integrante della sua immagine di Dio e della sua fede in lui, quel Dio che egli chiamava “il Dio non dei morti ma dei viventi” (Mt 22,32).
L’annuncio di Gesù è però accolto dai discepoli con atteggiamento di freddo mutismo, quasi fosse scandaloso in entrambe le prospettive che apre: la morte e la resurrezione. I discepoli non comprendono e hanno paura di far domande. Gli uomini, lo sappiamo, per lo più preferiscono l’incoscienza alla lucida e spesso dolorosa ricerca della verità, le tenebre alla luce.
E le conseguenze di questa mancata assunzione della parola, attraverso una fede che interroga e si lascia interrogare, si vedono subito. Invece di porre al Signore le vere domande e ascoltare la sua parola, i discepoli, quasi sottobanco e con la coda tra le gambe, iniziano a perdersi in domande e in parole oziose. Ne è il prototipo la domanda che sempre ritorna ogni volta che una chiesa o una comunità perde la coscienza di essere in cammino dietro a Gesù, lui che è venuto a mettersi all’ultimo posto consegnando la sua vita per gli uomini: “Chi è il più grande tra di noi?”.
Domanda idiota e scoraggiante, tanto più dopo tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, domanda che farebbe cadere le braccia a ogni altro maestro… ma non a lui, che con sovrana mitezza e pazienza insiste: “Se uno vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti”. E mentre lo dice abbraccia un bambino, per lasciar intendere che quel bambino rappresenta lui stesso. È lui stesso.
Come a dire: “Se mi volete riconoscere, io sono in mezzo a voi come un bambino, il più povero e indifeso delle creature, e solo se capirete questo, capirete chi siete voi e in che cosa consiste la vostra vera grandezza. Solo se accoglierete e riconoscerete me come un bambino, e un bambino come me, potrete anche voi diventare bambini e assumere la mia stessa logica, quella di un piccolo nelle braccia del Padre”.
Solo se accettiamo un Messia che fin dagli inizi si è messo all’ultimo posto e crediamo veramente che da quell’ultimo posto è arrivato a vincere la logica del mondo, “calpestando la morte con la morte”, allora sì, forse, potremo cominciare a comportarci anche noi allo stesso modo.
fratel Luigi