Date loro voi stessi da mangiare
2 agosto 2026
Matteo 14,13-21 (Is 55,1-3)
XVIII domenica del tempo ordinario
di sorella Silvia
In quel tempo, 13avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Questa domenica siamo davanti a un racconto noto come la “prima moltiplicazione dei pani”. L’evangelista Matteo narra un primo e un secondo episodio (cf. Mt 15,32-39), a partire dalla fonte di Marco, più lunga e ricca di particolari (cf. Mc 6,30-44; 8,1-10). Possiamo riconoscere che i due racconti provengono da tradizioni diverse e soprattutto che si rivolgono a destinatari diversi: il Popolo dell’Alleanza nel primo racconto, nel quale si raccolgono dodici ceste di pane (e pesce) in sovrabbondanza, dodici come le tribù d’Israele; i popoli pagani nel secondo, con sette ceste, numero che rimanda alle nazioni. O forse il duplice racconto vuol suggerire anche una inesauribilità che non è sufficiente esprimere una volta sola, uno stupore di compassione e di solidarietà possibili: compassione che è sentire profondo di Gesù, che coinvolge attivamente quanti si lasciano interpellare.
Anche gli altri evangelisti (cf. Lc 9,10-17; Gv 6,1-13) raccontano di un pane condiviso capace di sfamare la grande folla accorsa intorno a Gesù “perché vedeva i segni che compiva sugli infermi” (Gv 6,2), racconto che nel Quarto vangelo diventa occasione di un lungo discorso di Gesù sul “pane della vita”: “Io sono il pane vivo – dice Gesù –, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).
Nel nostro racconto Gesù ha appena saputo della morte truce di Giovanni il Battista, l’amico, il Precursore chiamato a preparargli la strada. Gesù sente il bisogno di ritirarsi in disparte, di stare da solo per ripensare a quanto avvenuto e comprenderlo nella sua stessa vocazione. Più volte i vangeli ci mostrano Gesù in cerca di un momento di silenzio, in disparte, per guardare ogni cosa con una battuta d’arresto, con quella distanza sufficiente per non restarne travolto, ma per prendere consapevolezza e andare avanti con lucidità, e fede.
Qui le folle, che erano state guarite e avevano ascoltato il suo insegnamento, non lo perdono di vista e lo seguono “a piedi dalle città”. Gesù non resta intrappolato nel suo dolore ma, sceso dalla barca con la quale si era allontanato, sente “compassione” per quelle persone che lo cercano, che si affidano a lui, e guarisce “i loro malati”. Gesù è mosso nelle viscere: il dolore da lui provato non lo chiude su di sé ma lo rende invece più sensibile alle sofferenze degli altri, fino a provare lui stesso il sentire di chi gli sta di fronte, fino a prendersene cura.
Intanto sopraggiunge la sera di quella giornata intensa. I discepoli “si avvicinano” preoccupati a Gesù, ma non sono ancora “vicini” al suo modo di sentire. La loro buona e concreta preoccupazione si ferma alla lettura della realtà, non li spinge a immaginare un oltre possibile. Gesù invece li sprona a coinvolgersi in prima persona, a trovare in loro stessi delle risorse, impensate, per andare incontro al bisogno della folla. Nel coinvolgere i suoi, Gesù fa sperimentare la sovrabbondanza che può sprigionarsi dal prendersi cura di qualcun altro, dal condividere – benedicendo – quel che si ha e soprattutto quel che si è. Possono quindi emergere risorse sconosciute in sé, risorse forse sepolte, assopite, nascoste, che tuttavia diventano parte integrante di questo movimento di cura, di “moltiplicazione”, dilatazione, condivisione: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).
Gesù coinvolge i suoi perché la vita possa sovrabbondare per tutti. “Non moltiplica i pani per sé, e neppure per i suoi discepoli, ma per le moltitudini. Gesù dà insieme il comando e la possibilità di eseguirlo” (Bruno Maggioni). Gli insegnamenti di Gesù sono infatti insieme indicazione di via e occasione per gustare quella stessa vita. Perché il pane condiviso è la vera cura, ciò che sfama ciascuno, uomini, donne e bambini.
I cinque pani e i due pesci che i discepoli hanno con sé vengono portati a Gesù: portare a lui il poco che abbiamo – il poco che siamo – perché sia “reimpastato” dalla sua presenza fino a diventare pane di comunione, vera salvezza.
Di questo dono di vita nulla deve andare perduto (cf. Gv 6,39), neppure la fame della folla, la sua fame di cibo e di senso. Nella Scrittura era già stato raccontato del Popolo affamato, che grida a Dio la sua mancanza. E di come Dio l’avesse rinvigorito con la manna, quel “pane” disceso dal cielo sufficiente per il giorno a venire (cf. Es 16) e con le quaglie (cf. Nm 11), o sfamato di pane grazie al profeta Eliseo (cf. 2Re 4,42-44).
Più volte la Scrittura ci rimanda al banchetto messianico, di cui anche il nostro vangelo è profezia: il re Messia era chiamato a dare il pane al Popolo. Il profeta Isaia nella prima lettura di oggi ci invita ad andare al Signore per dissetarci e sfamarci non solo di “cibi succulenti”, ma di cibi capaci di saziare (cf. Is 55,1-3). E questo banchetto non può non rimandarci al dono dell’Eucarestia, benedizione e ringraziamento per quel che il Signore stesso prepara per noi: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato” (Pr 9,5).