Conférence de l'évêque de Gacina, Ambroise

 

Secondo la teologia ortodossa il mondo è un’eredità lasciataci da Dio, e noi stessi siamo i destinatari di questo dono, che non è solo il creato, ma ben di più, considerando che Dio dona Se stesso in questo dono. È il fatto stesso dell’esistenza che è mirabile, la creazione sorge dalle profondità del possibile, dal nulla. Basilio il Grande e Gregorio Nisseno sottolinearono questa differenza di principio tra la cosmologia biblica e la concezione pagana della natura. È l’esperienza testimoniata dai santi asceti della nostra Chiesa: Serafino di Sarov, Porfirio dell’Athos e altri. “Tutte le realtà intorno a noi sono gocce di amore divino: quelle viventi e quelle morte, alberi e animali, uccelli e montagne, i mari, il sorgere del sole e il cielo stellato. Esse rappresentano un amore piccolo, attraverso il quale attingiamo l’amore grande, che è Cristo” (B. Foltz).

L’umanità è parte primaria nella creazione, e la sua caduta può comportare la caduta di tutto l’ordine creato. D’altra parte, la nostra tensione a unirci con il Cristo risorto è pegno della futura trasfigurazione di tutta la creazione, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor 15,28). L’approccio teologico così formulato ci consente di evitare un estremo, presente oggi nel dibattito ecologico: il disprezzo dell’uomo, secondo cui l’umanità è solo una componente dell’armonia cosmica, un semplice prodotto delle forze cieche della natura, che conseguentemente in essa deve dissolversi. L’antropocentrismo teologico colloca centralità dell’uomo nell’opera di conservare e benedire, non nello sfruttamento e devastazione del creato. “Noi siamo responsabili del mondo”, scriveva Vladimir Losskij: “Siamo la parola, il logos in cui esso si esprime, e solo da noi dipende se esso esprime bestemmia o preghiera. Solo per nostro tramite il cosmo, come continuazione del nostro corpo, può accogliere la grazia”. Per tramite nostro, uniti con Cristo, in cui la divisione è già superata, questa Terra può essere guarita.

La coscienza odierna di una sacralità della natura può essere così espressa non da una percezione pagana del mondo, ma da quella contemplazione della natura – théoria physikè, su cui insisteva Olivier Clément – che è propria della teologia bizantina. Questo profondo rapporto sacramentale verso il mondo materiale ci conduce ad attuare il profondo legame mistico con Dio e il mondo nella Liturgia della Chiesa, in cui si rinnova l’unità tra il Cielo e la terra.