🌱 Tracce
Un amore più forte dell'odio! - traccia 6
I monaci di Tibhirine hanno vissuto l'amicizia con chi era etichettato come nemico, l'hanno vissuta nel quotidiano, nel concreto di volti, voci, nomi...
"C’è speranza solo là dove si accetta di non vedere il futuro ... Voler immaginare il futuro è fare della fanta-speranza ... Non appena pensiamo il futuro, lo pensiamo come il passato. Non abbiamo l’immaginazione di Dio. Domani sarà un'altra cosa e noi non possiamo immaginarla ... Il futuro appartiene a Dio che, in ogni modo, vuole colmarci. La nostra grande grazia, come chiesa in Algeria, è che in questo abbandono noi siamo assimilati ai giovani di questo paese, di questo continente, che non vedono qual è il loro futuro. E vorremmo, noi, avere altre certezze?
Ci sentiamo legati, circondati di preghiera e di amicizia. Un autentico scudo, che fortunatamente ci risparmia altri sistemi di difesa. "Noi e voi, siamo insieme nelle mani di Dio", dice la fede dei nostri vicini.
Scopri i loro scritti:
Frère Christian de Chergé, Più forti dell'odio
Ecco qui un breve estratto:
TESTAMENTO SPIRITUALE
DI FR.RE CHRISTIAN
QUANDO SI PROFILA UN AD-DIO
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell'indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Inšallah.
+ Christian
Algeri, 1° dicembre 1993 – Tibhirine, 1° gennaio 1994
Parlare o tacere? - traccia 5
Nella quotidianità ci troviamo molte volte di fronte a questa alternativa. Ciò che conta, secondo un detto di abba Poimen ⎼ un monaco che visse nel deserto egiziano nel IV secolo ⎼, è la motivazione per cui si parla o si sta zitti. C'è un bene nella parola, e c'è un bene nel silenzio. Ciascuno, in cuor suo, può discernere se le parole che dice fanno del bene alle persone a cui sono rivolte, se sono espressione di quell'amore comandato da Gesù ("Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato": Gv 13,34), o se invece sono parole che affermano il proprio io e le proprie idee, se sono pronunciate per paura di un vuoto o per imbarazzo. Ciascuno sa anche se il silenzio che nutre è un silenzio "vivo", di accoglienza e di attesa verso ciò che l'altro è e dice, oppure se è un silenzio distratto, di indifferenza, di presunzione o di aperta ostilità. Il detto di abba Poimen esorta a parlare e a tacere "a motivo di Dio", dunque a non fare né dell'una né dell'altra azione un idolo, qualcosa che abbia valore in sé stesso, ma piuttosto un mezzo di comunione con Dio e con gli uomini.
E un anziano monaco, più recentemente, scrive:
il nostro dire
parole provvisorie e approssimate
frammenti corrotti d’un idioma straniero
più vero è il grido d’ogni definizione
solo l’amore tramuta sabbia in oro
D. Ciardi, Ognuno tenta una vita (dai un'occhiata al libro)
→ Guarda qui le date dei prossimi incontri per giovani
Come diventare uomini e donne maturi? - traccia 4
Bisogna sostenere una lotta per la vita.
Chiediamocelo una buona volta: com’è possibile divenire uomini e donne maturi senza la lotta interiore, senza questo impegno a dire dei “no” efficaci e dei “sì” convinti? Dimentichiamo forse che Gesù stesso non ha potuto né voluto sottrarsi a questa lotta con il tentatore?
Ce lo testimonia il brano evangelico della lotta contro Satana vissuta da Gesù nel deserto.
Cerca una Bibbia e vai a leggere Matteo 4,1-11. Troverai la descrizione di tre tentazioni. Se le hai lette con calma, concorderai che si tratta di tre “prove”, esempi che contengono tutte le altre che la vita ci fa sperimentare. Tutti, nessuno escluso, siamo infatti tentati di avere (la fame, le pietre trasformate in pane); di essere riconosciuti (il miracolo del gettarsi dall’alto senza farsi nulla) e di potere (tutti i regni del mondo, tutto e subito). Le forme sono diverse per ciascuno di noi, ma sempre sta di fronte a noi, come lo è stata di fronte a Gesù, la responsabilità di una scelta: ascoltare satana e il proprio io egoista oppure la vita secondo il vangelo, cioè la vittoria di chi sa che c’è più gioia nel rinunciare a questi idoli, per vivere insieme agli altri (ai primi altri che si hanno concretamente accanto!) un’esistenza degna di questo nome, che trovi ragioni e senso su questa terra.
Se vogliamo essere all’altezza della nostra umanità, ci è dunque chiesto di prepararci nella vigilanza a quella lotta che il poeta Rimbaud definiva “più dura della guerra che si fanno gli uomini”; di riconoscere il sopraggiungere dei pensieri, di giudicarne la qualità buona o cattiva e, se cattivi, di resistere. Nella convinzione che il Signore Gesù lotta per noi e in noi.
Lo scopo della lotta spirituale è giungere ad avere un cuore unificato, sensibile e capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d’amore. E tutto ciò per vivere in modo più bello e pieno, mai senza gli altri. Che arte appassionante!
Io o gli altri? - traccia 3
Sincletica disse:
“Se viviamo assieme ad altri
dobbiamo preferire l’obbedienza all’ascesi”.
Quando si vive insieme ad altri (in una “vita comune”), bisogna preferire l’obbedienza all’ascesi, secondo le parole di Sincletica. Cosa può significare per noi, oggi, preferire l’obbedienza all’ascesi?
Nelle nostre vite fatte di relazioni, è più importante porsi in ascolto dell’altro, di ciò che gli fa bene, di ciò che più profondamente desidera, e “fare dei passi” verso di lui. Obbedire a chi ci è accanto significa, radicalmente, impiegare tempo ed energie, sia mentali che fisiche, per stargli vicino in modo che si senta, insieme, amato e libero.
Al contrario, preferire l’ascesi significa concentrarsi su di sé, perseguire i propri obiettivi, che magari sono anche alti, ma che sono individuali, che non tengono conto di un tessuto relazionale.
L’esperienza di vita comune maturata da Sincletica nel corso degli anni la spinge ad affermare, con sicurezza, che la qualità di una vita insieme è accresciuta più dalla capacità di mettersi concretamente in ascolto degli altri che dall’efficienza con cui ci dedichiamo ai nostri progetti.
Chi era Sincletica?
Sincletica nacque ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo, da una famiglia ricca, originaria della Macedonia. Rifiutò con ogni proposta di matrimonio e, alla morte dei genitori, vendette tutti i beni che possedeva e si ritirò a vivere lontano dalla città, in solitudine, dedicandosi a una vita di preghiera e di lotta contro le proprie passioni. Presto molte giovani donne chiesero di condividere la vita monastica che lei aveva abbracciato. Dopo aver riflettuto sull'opportunità di accoglierle, acconsentì, facendosi loro vicina con sapienza e discernimento. Morì dopo una lunga malattia, che Sincletica affrontò con forza, radicandosi sempre di più nella gioia profonda che le derivava dall’assiduità con cui leggeva e meditava le Scritture.
E' più facile il "Sì" o il "No"? - traccia 2
Tempo della Quaresima: i quaranta giorni che ci conducono a Pasqua. Un tempo che è sempre stato vissuto come occasione di ascesi, di esercizio, di lotta spirituale: sì, perché l’essere e il vivere da cristiani (e da esseri umani) è un esercizio perseverante, un’arte da affinare ogni giorno.
Purtroppo l’idea che oggi si ha dei cristiani è quella di persone con un’attitudine alla bontà, oppure obbedienti a un codice morale. In realtà, essere cristiani è diventare a poco a poco dei discepoli, delle discepole, accogliendo e facendo nostra la concreta vita umana vissuta da Gesù di Nazaret, la vita come lui l’ha vissuta.
Per questo occorre una lotta, cioè, innanzitutto, un discernimento e un impegno per imparare a dire dei “sì” e dei “no”. Dire “sì” a quello che possiamo essere e fare per assomigliare a Gesù; dire “no” all’io egocentrico che ci impedisce i rapporti con Dio, con gli altri, con le cose, con la verità di noi stessi. Richiede costanza ma ciò permette alla fatica di farsi bellezza, vita autentica e relazione, nella libertà e per amore.
Necessaria è dunque la resistenza, la lotta spirituale nei confronti dei pensieri, delle idee che sonnecchiano nel profondo del nostro cuore, ma che spesso si destano ed emergono con una prepotenza aggressiva, che le rende per noi tentazioni seducenti.
Ricordalo: questa lotta ha come teatro il tuo cuore, il centro della vita, il luogo dell’intelligenza e della memoria, della volontà, del desiderio e di tutti gli altri sentimenti, lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il suo simile.
Ma il cuore è anche esposto a una malattia alla “durezza di cuore”, papa Francesco amava chiamarla “cardiosclerosi”, se acconsentiamo a ciò che contraddice la vita e la gioia condivisa.
Come tenere diritto il proprio sentiero, la propria via-vita? - traccia 1
Lasciamo risuonare questa domanda dentro di noi per un attimo. La seconda strofa del salmo 119 inizia con questo interessante interrogativo, rivolto proprio a te, giovane! Un giovane che si pone domande.
"Sforzati di provare amore per le domande in sé, come se fossero delle stanze chiuse a chiave, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non affannarti per ottenere risposte che ancora non possono esserti date, perché non saresti in grado di viverle. Ciò che conta è vivere tutto. Vivi le tue domande, adesso. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgertene, vivrai già dentro la risposta" (R. M. Rilke, Lettere a un giovane).
Il Padre offre a noi suoi figli una parola-azione che è fonte di bene, felicità, delizia. Non siamo di fronte a doveri imposti, a prescrizioni che sfociano in divieti, ma a una pro-posta aperta, un input che riscalda il nostro cuore, una raccomandazione che offre una possibilità buona di vita e che chiede la nostra risposta e il nostro coinvolgimento. Il fine della sua Parola è chiaro e luminoso: è l’amore, è la libertà!
Gesù ne darà la conferma con la sua vita e il suo insegnamento. L’ascolto della parola di Dio allora si profila non tanto come un mero sentire parole trite e ritrite tratte da un vecchio e impolverato libro sacro, un automatico percepire stimoli sonori di prediche noiose che non hanno mai fine, ma come un’attività, un’arte che coinvolge tutto il nostro essere, che ha per protagonista lo Spirito del Signore e che ci fa nuotare nell’ampio spazio dell’amore che dà senso ai nostri giorni e che ci rinnova nell’entusiasmo e nella speranza.
“Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili” (Marianella Sclavi).