Una regola per la vita

“Fratello, sorella, uno solo deve essere il fine per cui tu scegli di vivere in questa comunità: vivere radicalmente l’Evangelo. L’Evangelo sarà la regola, assoluta e suprema. Tu sei entrato in comunità per seguire Gesù. La tua vita dunque si ispirerà e si conformerà alla vita di Gesù descritta e predicata nell’Evangelo” (Regola di Bose § 3).

Così la nostra regola monastica pone se stessa come ancilla del Vangelo, un servizio reso ai fratelli e alle sorelle della comunità perché possano camminare più speditamente e insieme sulle tracce di Cristo.

Durante la celebrazione della compieta domenicale, il priore fr. Luciano sta commentando in modo continuativo il testo della nostra regola monastica nella forma di ammonizioni. Dal latino ad-monere, in cui monere significa “ricordare”, l’ammonizione è un far ricordare ciò che si può dimenticare, è un rimandare il corpo comunitario all’essenziale della sua vocazione, un riportarlo ai fondamenti della sua vita e all’autenticità del segno che è chiamato ad essere di fronte alla Chiesa e al mondo.

Pubblicandole nel sito, le offriamo come aiuto alla vita spirituale di coloro che le leggeranno: queste parole non dicono nulla di nuovo, ma potranno aiutare ciascuno – nella condizione di vita in cui si trova – ad ascoltare la voce del Signore che chiama sempre alla conversione e al ritorno al Vangelo, regola di vita di ogni cristiano.

Il lavoro e la vita

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16 gennaio 2022

Preliminare a ogni discorso sul lavoro in una comunità monastica è l’assunzione della vita monastica come vita, come la propria vita e poi la determinazione a formare un solo corpo con le persone che compongono la comunità. Il lavoro è dimensione costitutiva della vita monastica perché è anzitutto costitutivo della vita tout court ed è essenziale per l’equilibrio psicologico, affettivo e spirituale di una persona e lo manifesta anche. È essenziale per la sua umanità.

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La vita si inizia ogni giorno

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2 gennaio 2022

La paura è nemica del futuro, come è nemica del cambiamento, come è nemica del morire. Perché ogni inizio profondo e autentico è anche una morte, ovviamente simbolica, è oltrepassare uno stadio. La capacità di cominciare ha dunque anche a che fare con la fede. Proprio per questo ciò che ci fa paura è ciò che va affrontato con fiducia, con audacia, faccia a faccia.

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L’ascesi della gioia

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12 dicembre

La gioia che viene comandata, la gioia “nel Signore”, non coincide con l’umore del momento, non collima con la situazione emotiva che la persona sta vivendo. Nasce dalla fede. Ovvero dall’avere in sé il pensiero del Signore, dal custodire fisso nel proprio cuore il ricordo del vangelo, dal vivere in mezzo agli altri con la parola del Signore fissa nel cuore e dunque con la capacità di vivere e mostrare gioia anche in mezzo a tribolazioni.

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Del buon uso della cella

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5 dicembre

La cella può aiutarci a fare amicizia con il nostro corpo insegnandoci ad ascoltarlo e a pacificarlo. Ci può insegnare un rapporto contemplativo, non consumistico con il tempo. Con il silenzio interiore verso cui ci indirizza, la cella ci può istruire sull’arte del parlare con sapienza, con riflessione, con ponderatezza, con rispetto.

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Dall’infamia alla gloria

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Il passaggio dall’infamia alla gloria diviene una vera e propria dinamica della vita spirituale cristiana che i credenti sono chiamati ad assumere: fare anche degli eventi di contraddizione, di ingiustizia, di infamia e di vergogna, dei luoghi gloriosi. Da luoghi in cui si esprime la malvagità umana a luoghi in cui si manifesta la presenza di Dio.

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