Quando il Signore viene, è la stagione dei frutti!

Davide Balliano
Davide Balliano

5 aprile 2025

Dal Vangelo secondo Marco Mc 11, 2-19

In quel tempoGesù disse ai suoi discepoli: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: «Perché fate questo?», rispondete: «Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito»». 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:

«Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!

Osanna nel più alto dei cieli!».

 11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all'albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l'udirono.
Gesù scaccia i venditori dal tempio

15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:

La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni?

Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.


Il vangelo di oggi ci pone di fronte a due episodi a dir poco enigmatici e sconcertanti della vita di Gesù: quello del fico dichiarato sterile e poi seccato (cf. v. 20) e quello della cacciata dei mercanti dal tempio. I due episodi sono inseriti in un unico racconto attraverso la tipica costruzione “a sandwich” (cf. anche Mc 5,21-43), in base alla quale il racconto del primo episodio è interrotto dall’inserzione del secondo che ne spezza la narrazione, prima della conclusione che ritorna sul racconto iniziale. Si tratta di una tecnica narrativa con cui l’evangelista vuole far capire al lettore che i due episodi vanno interpretati insieme, e che il racconto che fa da cornice deve essere compreso alla luce di quello centrale. 

Riguardo al fico seccato si discute se si tratti di un fatto realmente storico (difficilmente gli evangelisti però possono aver inventato un episodio così strano e scandaloso!) oppure se sia lo sviluppo storicizzato di una parabola (come quella che troviamo in Lc 13,6-9), ma tutti generalmente concordano nell’ammettere che, così com’è inserito nel vangelo, l’episodio riveste un valore simbolico e che in particolare il suo significato va letto alla luce del giudizio pronunciato da Gesù sul tempio

La stessa annotazione fatta di passaggio “non era infatti la stagione dei fichi” (v. 13), mentre rende del tutto paradossale e irrazionale il gesto di Gesù sul piano materiale (che senso ha venire a cercare frutti su una pianta quando non è stagione?) sembra un’indicazione offerta al lettore perché intenda il racconto su un piano diverso. 

In questo senso il fico pieno di foglie è metafora delle stupende costruzioni del tempio di Gerusalemme – che ogni pellegrino poteva ammirare da lontano scendendo dal Monte degli ulivi – e delle sue altrettanto sontuose liturgie. Ma la sterilità e l’essiccazione della pianta evocano e manifestano la decadenza del tempio diventato “spelonca di ladri”, la sua rovina spirituale ancor prima che materiale, la sua morte come “casa di preghiera” e come luogo destinato a manifestare la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e in prospettiva a tutte genti. È ormai un sistema autonomo che, con la sua complessa macchina sacerdotale e sacrificale (il testo evoca i “cambiavalute” che permettevano ai fedeli di procurarsi il denaro necessario a pagare la tassa del tempio, e i “venditori di colombe” che vendevano le colombe per piccoli sacrifici) va avanti secondo logiche proprie, a prescindere dallo scopo di comunione per cui era nato. 

Per suggerire un tale messaggio è significativo che Gesù, ricorra non solo alle parole dei profeti (citando una parola di Isaia combinata con una di Geremia: Is 56,7; Ger 7,11) ma anche al simbolismo dell’albero di fico, che già in passato aveva accompagnato le tragedie del popolo d’Israele e l’irruzione della novità divina nell’ordine apparentemente immutabile della sua vita. Se infatti nella Scrittura “sedere tranquillo sotto il fico e sotto la vite” (Mi 4,4; 1Re 5,5) significa vivere in pace e sicurezza, al riparo dei nemici, i profeti denunciano spesso l’illusorietà di tali false sicurezze annunciandone la fine, e in questo contesto proprio la distruzione del fico diventa immagine del giudizio pronunciato da Dio contro coloro che si dimenticano di lui e dei suoi doni gratuiti (cf. Ger 5,15-17). In alcuni passi l’albero di fico è anche simbolo del popolo, benedetto da Dio per portare frutti di giustizia, ma poi diventato miseramente sterile a causa dei suoi traviamenti (cf. Ger 8,13; Mi 7,1).

Tutto questo ci fa intuire come, nell’imminenza della passione di Gesù e in un contesto in cui la polemica con i capi del popolo si fa sempre più tesa, questo strano racconto voglia essere un severo monito rivolto a dei credenti diventati sterili, incapaci cioè di dare frutti di fede, come anche di riconoscere i segni del regno che il Signore è venuto a proclamare e a compiere. 

“Non era stagione di fichi”. L'albero fuori stagione e dunque senza frutti è immagine di un popolo, di una chiesa che segue logiche proprie, tempi propri, ed è incapace di riconoscere e di sintonizzarsi con il disegno di Dio che sta compiendosi sotto i suoi occhi. Davanti alla presenza del Messia la logica del chrónos, tempo ciclico (quello delle stagioni ma anche quello delle liturgie!) chiuso su sé stesso e sulle proprie certezze non ha più valore e rischia di essere di inciampo: occorre necessariamente aprirsi a un’altra logica, quella del kairós, il tempo di Dio che solo la fede può riconoscere, perché quando il Signore viene è sempre stagione dei frutti! 

“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

fratel Luigi