Luce ilare e gentile

Pietra chisa di San Secondo
Pietra chisa di San Secondo

25 febbraio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,13-19 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai discepoli: 13«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. 17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».


Il brano segue immediatamente quello delle Beatitudini in uno stretto collegamento che li rende criterio di lettura l’uno dell’altro. L’insieme ci consegna una riflessione fondamentale: siamo chiamati alle beatitudini attraverso situazioni esistenziali “fragili”, in un decentramento dai noi stessi che è lotta, sforzo ma soprattutto garanzia: tutto avviene a causa di Gesù e a gloria del Padre (5,11.17), non solo come motivazione dell’agire del discepolo, ma grazie al sostegno del Signore stesso.
Senza garantismi: si può semplicemente non essere ciò che si è chiamati ad essere. Fragilità del discepolo che è un sale strano, che può perdere sapore, senso, e dunque non lo possiede in sé; può andare contro la sua stessa natura, essere inutile, da gettare fuori ed essere calpestato da quelli alla cui vita poteva dare sapore facendo opere buone che rimandano a colui che è il solo Buono (Mt 19,17).
Non va da sé dunque: bisogna voler essere questo sale! Non da soli ma con Cristo crocifisso vero realizzatore e indicatore della strada. I versetti seguenti (5,17-7,27) del Discorso della montagna delineano alla fin fine la strada da percorrere e gli strumenti di questa comunione: il riferimento alla Parola portata a compimento da Gesù, alla Legge e ai Profeti, in una relazione concreta, nella pratica, con Lui per fare la volontà di Dio, per essere figli…
Dopo la primaria consapevolezza della fragilità, dell’essere sale fragile, c’è un'altra immagine esplicativa: la luce che illumina. C’è subito un discernimento da operare: non chiedersi inutilmente se si è luce, ma dove si colloca il povero strumento di argilla che ciascuno di noi è, che non è luce ma porta la luce stessa. Un “dove” ripreso alla fine del discorso: dove costruire la casa? Non nel posto sbagliato, perché la sabbia vanifica ogni fatica e sforzo, mentre la roccia permette di affrontare le vicissitudini del vivere (Mt 7,24-27).

E poi, quale luce portare? Quella che dimentica subito le Beatitudini, crede di avere il diritto/dovere di agire in altro modo pur di illuminare, e che si impone senza povertà, senza mitezza senza accettazione della sofferenza, senza pacificare, senza giustizia, senza cuore puro? O piuttosto la luce cantata dalla tradizione antica, che vede nel Cristo la “luce ilare” (Phos ilaron), gioiosa e irradiante, che niente annienta e tutto porta a compimento?
La stessa luce che a metà ottocento il cardinale John Henry Newman, allora giovane in ricerca, implora in una sua poesia-preghiera come “luce gentile”, quella dell’alba e del tramonto, che lo guidi per fare anche solo un passo, luce che non si impone pur illuminando ogni cosa, che scalda senza bruciare.
Sale e luce non in un orientamento puramente antropologico o testimoniale, ma orientati alla Gloria di Dio, a rendere visibile il legame che proprio la povertà e la fragilità evidenziano: nell’azione del discepolo il gusto e l’illuminazione sono dati dalla presenza di Dio!
I discepoli, così come i santi, non sono il frutto di virtù eroiche ma, nella loro evidente piccolezza, sono la visibile vittoria di Dio sul male, sul peccato e sulla morte.

fratel Daniele