Una presenza che trasforma
14 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 9,38-50 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 38Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. 42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. [ 44] 45E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [ 46] 47E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48doveil loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».
Il vangelo di oggi raccoglie una serie di insegnamenti di Gesù dopo che per la seconda volta ha annunciato ai discepoli il suo destino di passione, morte e resurrezione (cf. Mc 9,31). I discepoli non capiscono, ci dice Marco, non chiedono spiegazioni e dimostrano che la loro incomprensione è radicale discutendo su chi debba essere il più grande (cf. Mc 9,32-34). Forse discutono su chi prenderà il posto di Gesù… E Gesù, radunatili a Cafarnao, nella casa simbolo di intimità e confidenza, ribadisce il senso della sua via: essere servo di tutti, fino alla fine, come un bambino che dipende in tutto da altri. I discepoli sono chiamati allo stesso cammino: guardare i più piccoli, accoglierli, abbracciarli per diventare come loro (cf. Mc 9,36-37). Perché Gesù è proprio lì, nei più deboli, nei più indifesi, nei più miseri, in coloro che sono vinti dal male.
Allora ogni gesto che cura, guarisce, sana diventa un gesto rivolto a Gesù. E non importa se chi lo compie non è nella “lista” dei discepoli chiamati da Gesù. L’appartenenza al Signore si misura su come si agisce nei confronti del male e quindi chi scaccia demoni agisce come Gesù ed è un vero discepolo (Mc 9,39).
Oppure è un semplice bicchier d’acqua che racchiude l’essenza del vangelo: accorgersi e riconoscere il Signore, leggere il suo nome (cf. Mc 9,37.39.41) nelle pieghe della storia umana, spesso là dove meno lo si immagina. E impegnarsi, spendersi, donare quello che possiamo per colui che ha fame, sete, è malato, è in prigione, è nudo.
Il vangelo non può restare una teoria o un’idea: si deve confrontare con la realtà ed è esigente perché ci chiede di rinunciare anche a qualcosa che è “nostro” per trovare la vita promessa. Fosse anche una mano, un piede, un’occhio se questo ci impedisce di riconoscere e accogliere colui che perderà la sua vita per noi. Il linguaggio dell’evangelista è duro: tagliare, gettare via. Ma l’orizzonte è la vita, è il regno. Rinunciare a qualcosa di sé non è essere diminuiti nella propria umanità, ma creare lo spazio, il luogo, la “casa” in cui si ospita il Signore, l’uomo in cui Dio si è incarnato.
Si potrebbe dire, e credere, che il Signore diviene la nostra mano, il nostro piede, il nostro occhio. Essere discepoli è allora accettare questa presenza del Signore che trasforma le nostre membra secondo lo spirito del vangelo. Uno spirito che è fuoco, che purifica, che toglie ciò che non è necessario. Un fuoco che rappresenta anche la bellezza, il calore, la passione che il vangelo può dare alla nostra vita, nonostante i nostri limiti. Un fuoco che diviene come il sale che dà sapore alle pietanze, in un’azione paradossale. Perché per dare il sapore il sale si consuma, si disperde, perde tutto se stesso. Come il lievito nella pasta, come un seme gettato in terra, fosse anche minuscolo come un granello di senape!
Ecco allora il senso di queste parole enigmatiche: “Ognuno sarà salato con il fuoco” (Mc 9,49).
La passione per il Signore, il fuoco del vangelo è quella forza che veramente può dare sapore alla nostra esistenza. E renderla la meraviglia che Mosé contempla osservando il roveto che non si consuma (cf. Es 3,2-3).
fratel Marco