Trentotto anni
20 aprile 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 5,1-18 (Lezionario di Bose)
In quel tempo 1ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, 3sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [ 4] 5Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. 6Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». 8Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». 9aE all'istante quell'uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. 9bQuel giorno però era un sabato. 10Dissero dunque i Giudei all'uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». 11Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»». 12Gli domandarono allora: «Chi è l'uomo che ti ha detto: «Prendi e cammina»?». 13Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. 14Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». 15Quell'uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 17Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco». 18Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Siamo di fronte al terzo “segno” che Gesù compie nelle pagine giovannee. Il primo segno avviene in sordina, sul retro di una sala ricevimenti a Cana di Galilea, vicino alle cucine o alla cantina, durante una festa di nozze. Lì Gesù apre le danze, dà inizio alla festa, celebra le nozze di due anonimi e con essi il sodalizio d’amore tra Dio e l’umanità, offrendo il vino buono dall’inizio alla fine (cf. Gv 2,1-11). Ancora a Cana Cristo fa fiorire la vita, proclamando a un funzionario alle dipendenze del re Erode Antipa: “Tuo figlio vive”. È il secondo segno (cf. Gv 4,46-54).
Con il terzo segno ci spostiamo a Gerusalemme, durante un sabato solenne, un giorno di festa. Ma non c’è festa sotto i cinque portici: infermi, ciechi, zoppi e paralitici giacciono soli e dimenticati. Un uomo è malato da trentotto anni. Quest’uomo è orfano di futuro e destinato alla morte come tutti quegli uomini che si erano ribellati al Signore ed erano morti nel deserto dopo trentotto anni (cf. Dt 2,14). Quell’uomo vive il dramma del popolo di Israele: trentotto anni di attesa per lasciare il testimone a una nuova generazione che dopo ulteriori due anni metterà piede nella terra promessa. Un’attesa che è un rinnovamento, una morte e una resurrezione. Una nuova generazione attraverserà il Giordano. Un uomo nuovo riprenderà a camminare grazie alla presenza di Gesù.
“Vuoi guarire?”: tutto nasce da una semplice domanda. Che è posta anche a me, a te, nei nostri “trentotto” (forse più) anni di tentennamenti e ribellioni, di aridità e proteste, di Massa (“prova”) e Meriba (“contestazione”). Se siamo bloccati, paralizzati, immobili sulle barelle del destino per mille motivi, ne occorre uno solo per ritornare a camminare. È l’accensione del desiderio.
Vuoi veramente guarire? O ti accontenti di vivere nel vittimismo? Desideri iniziare un nuovo cammino? O ti crogiuoli nei tuoi piagnistei? Ti sta a cuore rinascere e sbocciare? O preferisci giacere nelle lamentazioni e nella proliferazione dei mali? Hai sete di acqua di sorgente? O cerchi acque stagnanti che non dissetano? Vivi l’insonnia dello spirito o l’assopimento della coscienza?
Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amore dell’anima mia;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amore dell’anima mia.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:
“Avete visto l’amore dell’anima mia?”.
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amore dell’anima mia.
Lo strinsi forte e non lo lascerò (Ct 3,1-4).
“Alzati, prendi la tua barella e cammina” (v. 8). Gesù non compie gesti particolarmente eclatanti. Si mostra fratello nel desiderio, accoglie la trama delle nostre solitudini e osa una parola creatrice che chiede di rialzarci, di metterci in piedi, di caricarci della barella, di non lasciarla ad altri, ma di assumerla come ricordo e memoria della misericordia e dell’amore infinito di Dio. Tutto avviene a Betzatà, la “casa della misericordia”. Dove scorre la misericordia di Dio e se ne fa esperienza si possono ritrovare le energie per camminare.
fratel Giandomenico
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