Un futuro donato

Davide Balliano
Davide Balliano

6 aprile 2025

V domenica di Quaresima
Giovanni 8,1-11 (Is 43,16-21)
di Luciano Manicardi

In quel tempo1 Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più».


L’annuncio della misericordia di Dio in Cristo Gesù: questo il tema saliente della quinta domenica di Quaresima contenuto essenzialmente nella cosiddetta “pericope dell’adultera” (Gv 8,1-11). Lì, la misericordia di Gesù si astiene dal condannare donando così un futuro a chi non aveva più alcuna speranza di futuro. Nella prima lettura (Is 43,16-21), Dio dona un futuro ai figli d’Israele deportati a Babilonia operando una cosa nuova nella storia: il nuovo esodo. Tale è l’importanza dell’evento che il profeta chiede ai suoi ascoltatori di dimenticare le cose di prima (il primo esodo) per riconoscere e accogliere il novum che Dio sta operando. Troviamo la stessa dinamica temporale nella seconda lettura (Fil 3,8-14) in cui Paolo, una volta afferrato da Cristo, ha dimenticato il passato proiettandosi verso la meta che Cristo ha dischiuso alla sua esistenza. Tutti e tre i testi possono essere letti come testimonianza del mutamento che l’azione di Dio improntata a misericordia produce nella storia e nell’esistenza di una persona.

La prima lettura contiene una pagina di teologia della storia. L’azione di Dio nella storia viene espressa come un “fare una cosa nuova” (Is 43,19). Che è il senso del verbo bara’, “creare”. Fare qualcosa di inedito che offusca anche il ricordo dei prodigi di un tempo, dell’esodo. C’è un evento storico, la caduta di Babilonia e il collasso dell’impero babilonese (vv. 14-15), che apre prospettive di liberazione per il popolo. C’è stata un’epoca fondativa del popolo di Israele, segnata dall’esodo dall’Egitto, ma ora Dio dà il permesso, anzi, il comando di dimenticarla per aprirsi al nuovo che egli fa nell’oggi. Dimenticare qui non significa cancellare, né rinnegare, né rimuovere, ma non restare attaccati in modo ostinato, nostalgico e regressivo a un passato che per quanto santo e fondativo rischia di divenire, nell’eccesso di memoria di chi vi si attacca in modo esclusivo, impedimento a cogliere l’oggi di Dio. Dimenticare diventa dunque fare spazio al futuro. Certo, l’esodo nuovo sembra il contrario del primo: nel primo c’era il creare il secco in mezzo all’acqua per far passare Israele (Is 43,16), nel secondo c’è l’immettere acqua nel secco, nel deserto (Is 43,20), ma il fine è il medesimo: far passare Israele, creargli un futuro. Se si guarda all’esteriorità si comprende la nostalgia di chi resta attaccato al passato e si rifà alle sue forme per invocarle contro l’oggi di Dio che si manifesta in maniera diversa. Ma in questo modo non si coglie la continuità profonda con il passato. Dimenticare poi vuol dire aderire all’oggi e alla realtà che Dio fa vivere nell’oggi. Significa attualizzare la prima esperienza di esodo nell’oggi comprendendo che ciò che in altro momento storico ha avuto una certa forma ora ne assume un’altra che può sembrare perfino contraria alla precedente. Agostino ricorda che Dio può chiedere cose che prima non aveva mai chiesto e anche cose che prima erano proibite: “Quando è Dio stesso a dare un ordine contrario a un’usanza o a un patto qualsiasi, bisogna metterlo in pratica, anche se in quel luogo non fu mai praticato; e se fu trascurato, bisogna restaurarlo, se non fu stabilito, bisogna stabilirlo” (Confessioni III,8,15). Infine, dimenticare significa fare esodo dall’esodo, uscire dall’esodo, dal primo esodo e dal peso schiacciante che può acquisire nella vita dei singoli e del popolo. Uscire da quell’esodo per entrare nel nuovo esodo. Altrimenti non si vive più nella storia ma nel fantasma del passato. Questo esige un lavoro spirituale dei figli d’Israele, un lavoro che incontra resistenze. Quel “Non ve ne accorgete?” (v. 19) esprime la difficoltà di tanti in Israele a vedere all’opera Dio in maniera diversa da come ha agito nel passato. Occorre uscire dall’esperienza di fede divenuta morta abitudine, legame col passato che impedisce la vita. La nostra pigrizia mentale ci porta a legarci alle forme dell’esperienza di Dio conosciute nel passato e che pensiamo che debbano ripetersi all’infinito senza cambiamenti, ma così ci precludiamo la vita stessa. Il messaggio di Isaia è chiaro: il primo esodo diviene nuovo e cambia radicalmente di segno. Dimenticare è dunque anche comprendere che le forme di realizzazione storica dell’intervento di Dio mutano e, in una nuova stagione dello stesso popolo d’Israele, possono assumere connotati totalmente diversi da quelli fino allora conosciuti. Il profeta che trasmette questo messaggio del Signore se ne rende conto ma sa bene che lavoro di guida di un popolo, come di una comunità, è anche gestire la paura delle perdite connesse ai cambiamenti. Ma i cambiamenti, che da alcuni possono essere intesi come una morte, come la fine di tutto, sono necessari per dare un futuro al popolo come a una comunità.

Commentando il brano evangelico di Gv 8,1-11, papa Francesco, nell'omelia del 7 aprile 2014, ha detto: "Gesù si alzò e guardò la donna che era piena di vergogna". Il testo non lo esplicita, ma la situazione in cui la donna si trova è emblematica della drammatica emozione della vergogna. È stata colta nel pieno di un rapporto adulterino, è stata trascinata, lei sola, non il compagno, nel Tempio, luogo religioso e santo, è stata esibita davanti a tutti, anche davanti a Gesù, come colpevole contro la Torah di Mosè. È l’unica donna, in mezzo a tanti maschi che, se anche sono religiosi, non sono certo dissimili dal “branco” e i loro modi e il loro linguaggio sono quelli del branco: l’insulto, l’accusa, l’ingiuria, la violenza. La donna è espropriata della parola: non lei parla, ma è oggetto di parola, di lei altri parlano, anzi su di lei urlano e gridano. Lei non ha un nome, è spregiativamente “questa donna” (v. 4), “donne come questa” (v. 5). Senza nome, è come se fosse senza volto. La cancellazione del volto equivale alla negazione dell’identità. Nella vergogna una persona vorrebbe sparire. Nella vergogna una persona (ed è così per la donna nell’episodio evangelico) è ridotta a spazzatura, a lordura che deve essere eliminata. Nella violenta scena evangelica noi vediamo quanto non-amore sia presente in chi usa così spudoratamente la donna, negandole soggettività, mancandole di rispetto e offendendo la sua dignità. Gesù opera la liberazione della donna dalla vergogna. Come? Anzitutto ricorda ai suoi accusatori che anch'essi hanno motivi di vergogna. La differenza tra loro e la donna è che il peccato della donna è noto a tutti, mentre i loro sono nascosti. E finché i nostri peccati sono nascosti possiamo illuderci di innocenza. Poi Gesù si volge alla donna che è paralizzata dalla vergogna, tanto che rimane ancora “in mezzo”, anche quando non ci sono più i suoi accusatori a circondarla (Gv 8,9). Il disprezzo degli altri si è travasato in lei diventando odio di sé, e lei non riesce a muoversi. La vergogna paralizza, immobilizza, blocca. Nella vergogna la persona si sente congelata, pietrificata. Come agisce Gesù con lei? Anzitutto si pone al suo livello e la raggiunge nella situazione di disprezzo in cui lei si trova. Se lei era in mezzo alla cerchia degli accusatori, Gesù, chinandosi e accucciandosi sulle caviglie, si situa in basso, e tutti, anche la donna, devono guardarlo dall'alto in basso. Tu non sei sola, sta dicendo Gesù alla donna: tu in mezzo, io in basso. Se nella vergogna la persona si sente perduta in una solitudine senza redenzione possibile, il cammino di uscita dalla vergogna può iniziare se qualcuno le si pone accanto e le fa sentire la propria vicinanza. E quando tutti se ne sono andati e restano lui e lei soli, Gesù si alza e si pone nel faccia a faccia con lei offrendole uno sguardo che lei può sostenere e una parola a cui può rispondere. Lei ritrova il suo volto grazie al volto di Gesù che la guarda stando in piedi davanti a lei. E Gesù dà la parola alla donna. Le ricorda che lei non è espropriata della facoltà di parola e che ha capacità comunicativa. E non si rivolge a lei né in toni paternalistici né consolatori, ma la interroga. La invita a entrare in un dialogo. L'amore gratuito di un'altra persona può far uscire dalla prigione della vergogna. E Gesù dà alla donna il permesso di riprendere la sua vita, con anche un mandato, una responsabilità: “non peccare più”. Non reiterare il male che hai fatto ad altri e a te stessa. Spesso la vergogna si accompagna a situazioni in cui cadiamo ripetutamente e che ci portano a pensare che è la nostra persona che è sbagliata. Gesù chiede alla donna di uscire dall’atteggiamento di sentirsi sbagliata. Ma non glielo impone. Le mostra che ai suoi occhi lei non è un errore fatto persona. A lei di credere di più allo sguardo mite di Gesù, che allo sguardo giudicante di scribi e farisei, di credere di più all'amore gratuito e liberante del Signore che all'odio che ha sentito nel branco, ma che nella vergogna diventa odio di sé. A lei di credere che un conto è l’errore che ha commesso, e altro è la sua persona. Ormai la sua esperienza di vergogna è condivisa da Gesù in maniera compassionevole: lei è liberata dall'isolamento in cui spesso si chiude chi vive situazioni di vergogna. A lei di accedere a una visione diversa di ciò che ha fatto: la vergogna non è suscitata dall'evento in sé e dalla sua effettiva realtà, ma dai significati che la persona vi attribuisce. A lei di credere che il passato non è un macigno che ostacola il futuro.