Il compimento di ciò che è giusto
11 gennaio 2026
Battesimo di N.S. Gesù Cristo
Matteo 3,13-17 (Is 42,1-4.6-7 – At 10,34-38)
di fratel Guido
In quel tempo, 13Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Con la memoria del battesimo di Gesù al Giordano si chiude il tempo incentrato sul kairos dell’attesa, dell’incarnazione e della manifestazione del Figlio di Dio, Gesù, il Messia che è venuto nella carne e che verrà nella gloria. E se in riva al Giordano la voce del Padre è udita solo dal Battista e da quanti erano venuti a lui “per farsi battezzare riconoscendo i propri peccati” (Mt 3,8), la profezia di Isaia (42,1-7) è universale: ci parla del servo del Signore, il suo eletto, venuto sì presso i suoi, come “alleanza del popolo” (v. 6), ma per “manifestare il diritto alle genti” (v. 1), per “stabilire il diritto sulla terra” (v. 4), per essere “luce delle genti” (v. 6), come canterà l’anziano Simeone – e noi con lui al termine di ogni nostra giornata: “luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele” (Lc 2,32).
Anche il discorso di Pietro, da cui è tratto il brano della seconda lettura (At 10,34-38), va nella stessa direzione: siamo a Cesarea nella casa di “un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta Italica” (At 10,1), un pagano dunque, seppur “religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia” (At 10,2). È lì, a casa sua, che Cornelio ha invitato parenti e amici intimi per accogliere Pietro e alcuni fratelli di Giaffa (At 10,24), ed è lì, di fronte a questo uditorio di uomini e donne di buona volontà – cioè abitati dal beneplacito di Dio – che Pietro si rende conto “che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35). L’era messianica è giunta e la buona novella è predicata oltre i confini etnici e religiosi di Israele.
Le due prime letture ci preparano allora ad accogliere il brano del battesimo di Gesù in una prospettiva di salvezza universale. Gesù viene al Giordano per farsi battezzare da Giovanni e, così facendo, “adempiere ogni giustizia”, portare a compimento ciò che è giusto (Mt 3,15) e far risuonare la voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3,17).
Siamo al Giordano, sul liminare del deserto, una voce grida conversione, ascolta confessioni di peccati, apostrofa gli ipocriti e immerge nell’acqua in attesa del soffio dello Spirito e del fuoco dell’amore. E Gesù esce, va incontro a quell’uomo che vuole essere solo voce sulla via verso il Signore e che in realtà è il più grande tra i nati di donna (Mt 11,11). Giovanni recalcitra, vorrebbe respingere quell’uomo che egli sa essere nato dallo Spirito: lo ha riconosciuto già quando entrambi erano ancora nel grembo delle loro madri (Lc 1,39-45), lo ha percepito come colui che porta il fuoco sulla terra (Lc 12,49), lo ha atteso carico del desiderio di intere generazioni. E ora come potrebbe battezzarlo? Come potrebbe compiere verso di lui un gesto che lo assimilerebbe alla fila dei peccatori in attesa di quell’acqua che fa ricominciare il cammino?
Ma proprio in questo sta l’inizio del compimento di ciò che è giusto: Gesù è venuto per stare lì, in mezzo ai peccatori, per immergersi con loro e poi chiamarli fuori dall’acqua intorbidata dai peccati e condurli alla sua sequela verso il regno che viene, che è alle porte, vicinissimo. Giovanni allora lascia fare, tace, non si oppone più, diminuisce. Riprenderà più tardi la parola, alzerà ancora una volta la voce contro l’ingiustizia dei potenti, griderà le esigenze della legge di Dio, ma ormai avrà capito che il tempo, e non solo il suo, è compiuto e il regno di Dio si è avvicinato, proprio a partire da quell’arida sponda del Giordano.
Immerso in questa obbediente sottomissione di Giovanni, Gesù esce dall’acqua e vede – lui solo – lo Spirito di Dio discendere e posarsi sopra il proprio capo. Non ci è detto che anche gli altri, a cominciare da Giovanni, vedono questo Soffio divino che investe Gesù, ma la voce sì, quella è udibile da tutti, chiara e forte: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. È voce che risuona nel deserto e indica che in quell’uomo c’è il beneplacito di Dio, c’è l’uomo come Dio ha sempre voluto che fosse, c’è il volto di Dio come ha sempre voluto manifestarsi all’umanità.
Al Giordano Gesù è battezzato e ogni essere umano è rivelato a se stesso: nell’acqua del pentimento ciascuno di noi ritrova la propria umanità, il proprio essere a immagine e somiglianza di Dio, la propria qualità di figlio amato dal Padre, di luogo vivo della gioia che Dio sempre nutre nello stare in mezzo a coloro che egli stesso ha voluto come custodi del creato, in attesa della comunione piena e definitiva nel regno.
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