L’esempio di Gesù
26 aprile 2026
IV domenica di Pasqua
Giovanni 10,1-10 (At 2,14a.36-41; 1Pt 2,20b-25)
di fratel Alberto
In quel tempo, Gesù disse: 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».
“Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). Le prime letture della III e IV domenica di Pasqua sono tratte dal grande discorso di Pietro nel corso della prima Pentecoste, che si rivolge, indistintamente, a tutti i Giudei, cioè agli “abitanti di Gerusalemme” (At 2,14; “uomini d’Israele”: At 2,22; “fratelli”: At 2,25).
Questo lungo discorso è una spiegazione di ciò che sta avvenendo a Pentecoste, mediante la profezia di Gioele sul dono dello Spirito, ma è anche e soprattutto una catechesi cristiana sulla risurrezione di Gesù, mediante la profezia di David: “Tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione” (Sal 16,27).
Pietro, infatti, deve spiegare a tutti che David “previde la risurrezione di Cristo e ne parlò; questi non fu abbandonato agli inferi, né la sua carne vide (cioè non subì) la corruzione” (At 2,31). In questa catechesi petrina, due cose vanno sottolineate: la prima è che la risurrezione di Gesù era prevista già dalla profezia veterotestamentaria, e quindi è riconoscibile e verificabile sulla base delle Scritture.
La seconda, ancor più capitale, è che la risurrezione di Gesù è una vittoria sulla morte e quindi anche sul peccato di quanti lo hanno crocifisso. Anche questo peccato è perdonabile, e la lettura odierna, che inizia al versetto 36, è proprio l’offerta del perdono del Risorto, che si attua mediante la “compunzione” del cuore, la penitenza e il battesimo.
“All’udire queste cose, si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: Che cosa dobbiamo fare, fratelli? E Pietro disse loro: “Pentitevi (metanoèsate) e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito santo” (At 2,37-38).
Anche la Prima lettera di Pietro, che informa le seconde letture del tempo pasquale, si può considerare come una catechesi battesimale sulla risurrezione di Gesù. Ma questa catechesi sottolinea con forza la necessità della passione di Cristo, poiché è proprio mediante la partecipazione alle sue sofferenze che si riproduce anche per noi la purificazione dei peccati, e quindi che si verifica anche per noi la grazia della risurrezione (o della metànoia, ossia di un rivolgimento radicale della nostra coscienza).
La porzione odierna della lettera introduce il tema: “Se, facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito a Dio” (1Pt 2,20). Più letteralmente: “Se facendo il bene e patendo sopporterete, questa è una grazia di Dio”. Infatti ha appena detto che “questa è una grazia: subire afflizioni soffrendo ingiustamente a causa della conoscenza di Dio” (1Pt 2,19: la “conoscenza di Dio” è propriamente una “buona coscienza”).
Come mai?! Proprio “perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, affinché ne seguiate le orme” (1Pt 2,21). Il termine “esempio” usato qui (hypogrammòs) è unico in tutta la grecità, ed è veramente programmatico. Ed è un esempio che si costruisce a partire dalla Scrittura: 1Pt 2,22-25 è una parafrasi del cosiddetto canto del Servo sofferente di Isaia (Is 53).
Sulla scorta della profezia del Servo, i “patimenti di Cristo” (tou Christou pathèmata) divengono esemplari in quanto: a) sono innocenti, senza colpa (“egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca”: Is 53,9); b) non ispirano vendetta e non ricambiano la violenza (“maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca”: Is 53,7); c) sono un portare i pesi gli uni degli altri (“egli portò i peccati di molti”: Is 53,12); d) operano la nostra riconciliazione (“eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore”: Is 53,6).
Il verbo paschein (“soffrire”, “patire”) è il verbo più frequente di tutta la prima lettera di Pietro, e presenta un’assonanza non banale con lo stesso termine aramaico pascha, “pasqua” (l’omofonia delle due lingue è, ovviamente, casuale e già Origene osservava: “Se uno dicesse che la Pasqua si chiama così a motivo della Passione, si farebbe ridere dietro dagli ebrei”, ma noi non abbiamo questa preoccupazione).
Mi limito a passare velocemente in rassegna alcune ricorrenze più significative, oltre a quelle già segnalate: “Se soffrite a causa della giustizia, beati voi!” (3,14); “Se questa è la volontà di Dio, è meglio soffrire facendo il bene che facendo il male” (3,17); “Avendo Cristo sofferto nel corpo, anche voi armatevi degli stessi sentimenti, poiché chi ha sofferto nel corpo ha rotto con il peccato” (4,1); “Nella misura in cui partecipate alle sofferenzedi Cristo, rallegratevi” (4,13); “Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore, ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca, anzi dia gloria a Dio” (4,15-16).
Anzi, questa è proprio la benedizione della prima lettera di Pietro: “Il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, dopo la breve sofferenza, vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà, vi darà solide fondamenta. A lui la potenza nei secoli. Amen!” (1 Pt 5,10-11).
L’evangelo di questa domenica è quello del buon Pastore che “dà” (o “rischia”: tithesi) la vita per le pecore. Proprio questo è l’esempio che egli ci ha dato, ed è un esempio estremo, perché non è affatto scontato che un pastore debba sacrificarsi al posto delle pecore. Anzi, ancor prima, egli è la stessa “porta” dell’ovile attraverso cui passano le pecore, trovando pascolo o trovando riposo. È questa la “porta stretta”, che comporta molte sofferenze. E noi non siamo che dei poveri portinai che gli permettono di entrare ed uscire, dandoci la vita.
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