Rispondere alla realtà con la preghiera
5 luglio 2026
Mt 11,25-30 (Zac 9,9-10)
XIV domenica del tempo ordinario
di sorella Silvia
25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Questa domenica ci viene donato uno sguardo molto prezioso: Gesù risponde alla realtà che si trova ad affrontare con la preghiera, ossia accoglie la realtà e vi aderisce interiormente dialogando con Dio Padre, restando nella relazione con lui. Il Padre, che è “Signore del cielo e della terra”, sa tenere insieme gli opposti, le polarità che ci abitano. Come il lamento e la lode, le lacrime e la gioia.
Letteralmente il nostro brano si apre con una parola di Gesù che “rispondendo, disse”. Gesù risponde con il suo sentire a quanto gli accade. L’evangelista Matteo dischiude in modo sorprendente e inaspettato questo scorcio dell’interiorità di Gesù appena dopo i “guai”, gli avvertimenti, rivolti a Corazin e a Betsàida, città che non avevano riconosciuto l’avvicinarsi del Regno dei cieli.
Eppure ora Gesù benedice. Sul crinale della disperazione Gesù si lascia plasmare interiormente, dimorando presso il Padre. In questa dinamica ritrova profondamente vita. Nel suo rimanere con Dio Padre, anche le contraddizioni possono sciogliersi. Gli occhi possono essere aperti. Aperti sulla stessa realtà, per scorgerne l’orizzonte, per osare affidarsi a cieli e terra che possono essere rinnovati – non da noi, ma nella nostra disponibilità. Persino nello smarrimento e nell’angoscia. “Tieni la tua vita agli inferi e non disperare!”, secondo l’espressione di Silvano dell’Athos, monaco assetato di Dio, testimone di speranza.
“Ti rendo lode” è sia preghiera di ringraziamento sia confessione di fede: la fiducia in Dio permette di rielaborare interiormente ogni vissuto, con gratitudine.
Gesù mostra il volto del Padre, da cui tutto ha ricevuto in maniera gratuita e libera. Al Padre semplicemente “è piaciuto” rendersi presente, avvicinarsi a quanti gli fanno spazio, come i piccoli, gli umili, quanti non hanno niente da difendere. “È piaciuto” farsi conoscere da quanti sono, si sentono o si fanno piccoli non posando la loro fiducia in se stessi, nella loro sapienza e intelligenza, o nei precetti della Legge, nel dover adempiere qualche osservanza per poter riconoscersi o essere riconosciuti “giusti”. Perché il volto del Padre che Gesù è venuto a far conoscere non è rinchiuso in precetti e osservanze né in chi presume di essere già a posto, di non aver bisogno di nessun altro.
“Non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato” (Mt 10,26), dice Gesù poche pagine prima. È il Vangelo, la buona notizia del Regno veniente a essere svelata: non un Dio lontano e incomprensibile, appannaggio di pochi, ma il volto del Padre rivelato nel modo di vivere dell’uomo Gesù. Così “queste cose” di cui parla ora altro non sono che il Vangelo stesso, il dipanarsi nei giorni della luce della sua presenza, della possibilità di condividere con il Figlio la conoscenza del Padre, di rimanere nel loro stare in relazione, nel loro essere relazione.
Da qui nasce l’annuncio che segue, che non è una vuota consolazione. Gesù invita l’umanità “stanca e oppressa” dal peso della vita, da qualche vano cercare, ad andare a lui: andare a lui come si va verso una persona attesa, verso una fonte d’acqua, non verso un manuale di precetti da osservare o un’etichetta in cui dover rientrare. Gesù stesso propone di dare ristoro: il vero riposo sta nel respirare dentro una relazione che fa sentire accolti, che fa sentire di poter essere amati per quel che siamo.
L’invito di Gesù ha il sapore di una chiamata: andare a lui per trovare una pienezza di vita, “ristoro per le vostre vite”, rinunciando a volersi autodeterminare ma imparando la lui, dal suo modo di vivere e dal suo sentire. Gesù parla di un giogo da portare, giogo che nella tradizione rabbinica rimanda alla dimensione della legge, la cui osservanza pedissequa dovrebbe consentire di “rigare dritto”. Eppure Gesù parla del “suo” giogo, quasi a dire che in ogni caso è lui a portare il peso con noi, che non si tratta di un peso che schiaccia o snatura, ma che dà la possibilità di disegnare insieme a lui il cammino. È lo stare con lui accanto, più che l’adempimento di qualche norma, a poter rendere la vita meno ruvida, più “dolce”, e i pesi “alleggeriti” da sensi di colpa, pretese di giustizialismi, frustrazioni.
Gesù, il Figlio, evoca il suo modo di sentire, da cui ciascuno può imparare, può provare a conformare il cuore: la sua umiltà e la sua mitezza. Gesù è umile, docile al Padre, obbediente alla sua volontà di bene per tutti e per ciascuno. Gesù è mite, è capace di essere più forte della sua forza, di mettere a servizio la sua rettitudine come misericordia e benevolenza, è libero dalla paura.
Di umiltà e mitezza troviamo traccia anche nella figura messianica di cui parla il profeta Zaccaria, nella prima lettura (Zac 9,9-10). L’oracolo rivolto a Gerusalemme come gioia ed esultanza annuncia la venuta di un re che arriva su un asino, non su un cavallo, non come un potente che si impone ma come un uomo che da Dio è “giustificato”: è il suo stare in relazione con Dio che lo rende re, non altro. Proprio come Gesù.